venerdì 8 aprile 2011

Quello che piace ai pesci

« Zhuangzi e Huizi stavano passeggiando nei pressi della cascata di Hao quando Zhuangzi disse:
"Osserva come i pesci saltellano sull'acqua e poi si rituffano. Questo è ciò che ai pesci piace realmente!"
Huizi disse, "Tu non sei un pesce — come puoi sapere quello che piace ai pesci?"
Zhuangzi replicò, "Tu non sei me, quindi, come puoi sapere che io non so cosa piace ai pesci?"
Huizi, "Non sono te, e per questo non so di certo cosa tu sai.
D'altro canto, tu di certo non sei un pesce — quindi, questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!"
Zhuangzi disse, "Torniamo alla domanda originale, per favore.
Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci — quindi, tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto quella domanda.
Io lo sapevo semplicemente stando qui vicino all'Hao". »

lunedì 28 marzo 2011

Joseph Roth

Da “La Cripta dei Cappuccini”

Dunque, anche quella sera andai al caffè Lindhammer e mi comportai come se non fossi affatto eccitato come gli altri. Non mi consideravo forse da tempo ormai, da quando ero tornato dalla guerra, uno che era vivo per errore? Non mi ero forse abituato ormai da lungo tempo a osservare tutti gli avvenimenti che i giornali definiscono “storici” con lo sguardo spassionato di uno che non appartiene più a questo mondo? Era già un bel pezzo che la morte mi aveva mandato in congedo a tempo indeterminato! Ed essa, la morte, a ogni istante poteva interrompere il mio congedo. Come potevano riguardarmi ancora le cose di questo mondo?...
Tuttavia mi preoccupavano e specialmente quel venerdì. Fu come se si trattasse di decidere se io, un pensionato dalla vita, potevo continuare a consumare in pace la mia pensione, come fino ad allora, in una pace amara; o se anche questa mi doveva essere tolta, questa povera pace amara: la rinuncia si potrebbe dire, che io ero avvezzo a chiamare “pace”. Così che, spesso negli ultimi anni quando l’uno o l’altro dei miei amici veniva da me per dirmi che era finalmente arrivato il momento che io mi occupassi della storia del nostro paese, dicevo, certo, la solita frase: «Lasciatemi in pace!», ma sapevo benissimo che in realtà avrei voluto dire: «Lasciatemi alla mia rinuncia!». La mia cara rinuncia! Anche quella adesso è perduta! Ha preso la via dei miei desideri rimasti inappagati…
Andai dunque a sedermi al caffè e mentre gli amici al mio tavolo continuavano a parlare delle loro faccende private, io, che per un destino non meno inesorabile che clemente vedevo esclusa ogni possibilità di un mio interesse privato, sentivo ormai solo quello generale, che in vita mia mi era importato così poco, che in vita mia ero stato solito sfuggire…
Erano settimane ormai che non leggevo più un giornale e i discorsi dei miei amici che sembravano vivere dei giornali, addirittura essere tenuti in vita da notizie e dicerie, erano al mio orecchio un mormorio fuggevole che lasciava il tempo che trovava, come le onde del Danubio se qualche volta restavo seduto sul lungofiume Franz-Joseph o sulla Elisabeth-Promenade. Io ero escluso; escluso ero. Escluso in mezzo ai vivi significa qualcosa come: extraterritoriale. Ero appunto un extraterritoriale in mezzo ai vivi.
E anche l’eccitazione dei miei amici, quello stesso venerdì sera, mi sembrò di troppo; fino al momento in cui la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in testa né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali e guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. Ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!».
Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo: figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia probabile ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi – spesso avevo sentito che li chiamavano “reazionari” – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino.

domenica 23 gennaio 2011

Insonnia

Insonnia dovuta all'amarezza,
guardando i miei fratelli allontanarsi sempre più.

Inconsapevoli di esser persi, cercano un perdono,
un perdono per qualcosa che non sanno di aver fatto.

Non hanno fatto nulla.
Probabilmente è questo che li turba.
Probabilmente è questo che mi turba.

La staticità è sinonimo di morte prematura,
e vedo scheletri camminarmi affianco.

venerdì 21 gennaio 2011

Il potere della scelta

Inculcare le proprie idee e i propri valori al fine di dominare su un territorio.
Ci hanno insegnato che questa strategia è usata da dittatori, da chi governa un regime.

Ora, come in gran parte delle nazioni europee, viviamo in democrazia. Certo, potere al popolo.
Un popolo che però sceglie da chi farsi governare, un popolo libero di scegliere, ed è strano quanto la libertà di scelta sia così tanto acclamata in democrazia. Sembra che questa sia l'unica libertà data all'uomo, come se fosse un dono venuto dall'alto del quale possiamo solo ringraziare e non contestare. "Ringraziare chi?" vi starete giustamente chiedendo. C'è chi ringrazia Dio, chi i partigiani e c'è poi chi ringrazia la guerra e la miseria che "ce lo hanno fatto capire con le cattive".
Il fatto è che l'uomo ha sempre voluto fare le cose in grande. La maggioranza degli italiani domina sulla minoranza. Troviamo infatti chi domina moralmente una nazione anche nella tanto amata democrazia.

Spingiamoci oltre la democrazia, parliamo della democrazia attuale che non ha niente a che fare con quella che tutti noi conosciamo. Parliamo di elezioni truccate, cioè di quale partito politico fa comodo alle lobby, agli imprenditori, a chi ha i soldi e questi ultimi pagano per controllare il partito e di conseguenza la nazione. Ormai i soldi dominano su tutto, questo spiega che la democrazia non sarà mai tale se il sistema economico di una nazione si basa sul capitalismo.
Lasciamo perdere anche il comunismo a questo punto, visto che si tratta comunque di un governo centralizzato che ha il controllo totale sui beni della nazione e che finirebbe per dominarla.

Sappiamo benissimo che siamo in grado di scegliere quindi concentriamoci su cosa è meglio per tutti, impariamo a scegliere cosa è meglio per noi, impariamo a scegliere con la logica. Semplicemente riprendiamoci il controllo delle nostre vite, senza ricadere nello sbaglio di definirci parte della società. Scegliamo di essere individui che collaborano tra loro. Scegliamo la conoscenza per evitare gli sbagli del passato, scegliamo la natura come modello di vita visto che siamo degli animali, ma sopratutto scegliamo di cambiare ciò che ci circonda, perchè questo porterebbe alla collaborazione tra i comuni, e la conseguenza sarebbe inevitabile cioè la collaborazione mondiale.
Inutile è quindi pensare e agire in grande.

giovedì 20 gennaio 2011

Tutto questo non è reale

Quanto fa ridere l'inutilità della vita!
È una cosa così stupida vivere eppur nessuno ha ancora capito come farlo.
Provo amore per l'odio, perchè in fondo sono una cosa unica,
può essere il tutto come il nulla.
L'equilibrio fa da analgesico alla mia testa folta di idee,
come quando un mal di testa ti ricorda che "è tutto nella tua testa",
così la vita ti ricorda che devi sparire, svanire, un giorno non ci sarai e che ne sai se ritornerai?
Poniti domande, le risposte saranno dietro le scritte di tutti i libri che leggerai.
Ora pensa di non saper niente, ed è vero che non sai, come è vero che niente è vero.
Tutto questo non è reale.

L'avverso e il diverso.

Parole trasportate dal vento,
si trasformano poi in versi impercettibili,
quasi lingue straniere, o linguaggi animali.
La tua diversità si può avvicinare alla mia,
ma rimarrà tale come la diversità tra i nostri occhi.
Che fare riguardo a questo?
Imporre il proprio ego o semplicemente condividerlo?
Eppur è ancora questa la difficoltà che turba l'uomo moderno.