martedì 17 aprile 2012

Green Anarchist e l’anarchismo ecologista inglese

Da: D.I.Y. - La (contro)cultura del Do It Yourself

Le origini del movimento ecologista risalgono alla metà degli anni Sessanta. Nel 1965 viene pubblicato Primavera silenziosa di Rachel Carson, libro dove si esponeva le conseguenze dannose dell’accumulo di DDT sulla catena alimentare. Il libro dava occasione per la prima volta alle persone di confrontarsi con le conseguenze ecologiche delle proprie azioni. Grossomodo negli stessi anni nasce Greenpeace che ottenne pubblicità mondiale nel fallito tentativo di fermare i test nucleari nel pacifico. La sinistra, seguendo un atteggiamento già precedentemente adottato nei confronti del movimento delle donne, criticò aspramente l’affacciarsi del movimento verde. Nei primi Settanta uscì un libro che ebbe particolare rilievo per le idee anarchiche: Indicazioni per la sopravvivenza di Edward Goldsmith. Tesi cardine del libro era che la crescita economica aveva violato il principio di sostenibilità. sovrappopolazione e inquinamento, unite ad una sostanziale diminuzione delle risorse, ponevano in pericolo l’equilibrio dell’ecosistema. Il libro proponeva come possibile soluzione il ritorno a quelle che venivano definite società vernacolari: gruppi preindustriali e tribali in armonia con la natura. Nonostante la sua importanza, l’opera di Goldsmith ricevette dure critiche dal movimento femminista in quanto nel libro veniva accettata acriticamente la logica patriarcale presente nella società tribale. Ciononostante il libro di Goldsmith, assieme alle teorie ecologiste di Schumacher, influenzarono in maniera considerevole la controcultura delle comuni degli anni Settanta nelle quali si travisava, a differenza di quelle sviluppatesi nei ’60, la base per un modello alternativo di società. Un altro autore che, per quanto controverso e in seguito aspramente contestato, seppe imporsi all’attenzione del nascente movimento fu Richard Hunt che in una serie di opuscoli seppe sviluppare ed arricchire l’ideologia del movimento ecologista anarchico. Hunt analizza la produzione del surplus in campo economico e cioè la quantità prodotta in più rispetto a quella strettamente necessaria per il proprio sostentamento. Secondo questa "legge del minimo sforzo", formulata su basi antropologiche, anziché lavorare per produrre surplus l’uomo si sarebbe dedicato all’ozio. Tale situazione cambiò a seguito di un impoverimento della terra disponibile in Mesopotamia causato da un cambio climatico alla fine dell’ultimo periodo glaciale (5000 A.C. circa). L’economia dei cacciatori raccoglitori entrò in crisi e si sviluppò un tipo di agricoltura più stanziale e intensiva. L’organizzazione del territorio portò alla divisione del lavoro secondo le proprie abilità. Secondo Hunt si creò una classe di organizzatori che ben presto imparò ad usare la religione per legittimare il proprio dominio sulla classe di lavoratori. Inoltre il surplus permetteva ai dominatori di mantenere una classe militare da utilizzare per imporre il proprio potere sulle classi inferiori. La sempre maggiore esigenza di surplus sarà alla base delle spinte espansionistiche che si svilupperanno in due modi: il "furto" e cioè l’uso della forza bruta, la conquista, e il "baratto", il commercio, e quindi lo sviluppo di un’altra classe dominante: gli artigiani. L’unica possibilità di reazione da parte delle popolazioni vicine era la creazione di surplus, ricreando società simili a quella da cui venivano attaccate. L’invenzione della moneta rafforzerà ulteriormente il potere del commercio che unito all’istituzione del sistema delle tasse fornì un efficace metodo di assoggettamento delle popolazioni colonizzate. I contadini infatti erano obbligati a produrre surplus per il mercato in modo da potere ottenere la moneta indispensabile per pagare le tasse. Nato circa due millenni fa, questo metodo venne riutilizzato anche nel XIX secolo: le autorità infatti obbligarono le popolazioni sottomesse a pagare le tasse in moneta costringendole ad accettare i lavori, sottopagati, nelle piantagioni inglesi. Chi si rifiutava di pagare veniva punito con la distruzione della propria capanna. Hunt proponeva come possibile soluzione la ricostruzione della società in comunità piccole e indipendenti. Col successivo opuscolo Hunt, che nel frattempo era diventato membro dell’ Ecology Party fondato da Goldsmith anni prima, allargò le proprie tematiche analizzando più in dettaglio la crisi del terzo mondo. Hunt non si limitò a prendere in esame il problema della sovrappopolazione ma contestualizzò la crisi in un sistema di ingiustizie sostenuto principalmente dal mondo occidentale. Oltre a sottolineare come la maggior parte dei problemi del terzo mondo fossero diretta conseguenza di anni di colonialismo, il movimento ecologista evidenziò come due grossi interventi delle nazioni unite negli anni ’70, la Rivoluzione Verde e la crisi dell’OPEC, non solo non risolsero il problema ma lo aggravarono. Proposte per risanare le maltrattate terre del terzo mondo, le colture sperimentali sviluppate nei laboratori non riuscirono a sopravvivere al di fuori di essi. Al termine delle sperimentazioni i paesi del terzo mondo si ritrovarono ancor più aspramente indebitati di prima. Tale indebitamento non toccò le élite locali ma creò enorme sofferenza per le popolazioni debitrici. L’opuscolo di Hunt nasce in risposta al rapporto Brandt del 1980 per le Nazioni Unite dove, alla rilevata crescente disparità tra le nazioni sviluppate e quelle del terzo mondo, si proponeva la fornitura di assistenza tecnica in modo che queste nazioni potessero competere sul mercato in modo equo. Il rapporto Brandt arriva a sostenere la necessità dello sviluppo ulteriore delle nazioni più ricche in modo da permettere loro di fornire più aiuti a quelle più povere. Hunt critica aspramente questa posizione additando la responsabilità della povertà delle popolazioni del terzo mondo proprio allo sviluppo del mondo industriale occidentale che ne ha trasformato le colture di sussistenza, in origine sufficienti a sfamare le popolazioni locali, in colture intensive utili allo sviluppo dell’industrializzazione. Tale processo resiste tutt’oggi e si inserisce in un contesto di critica degli aiuti umanitari stessi in quanto essi "(…) trattano i sintomi ma non le cause della situazione, cause che vengono dimenticate." Non solo, spesso tali aiuti venivano sfruttati dai governi locali per poter spingere le proprie popolazioni verso atteggiamenti desiderati. I governi locali infatti fanno parte di uno dei tre poli del triangolo della corruzione individuato da Hunt. Partner di questo immane sfruttamento sono i governi dei paesi occidentali e le multinazionali. "Il governo del centro instaura un regime fantoccio nel terzo mondo, questo regime usa le armi importate dall’occidente per scacciare (in un modo o nell’altro) la popolazione dalla terra e garantire il via libera allo sfruttamento da parte delle multinazionali sia della terra che delle popolazioni." Per Hunt, quindi, la funzione del libero mercato non ha altro fine che aprire ulteriori mercati nel sud del mondo. Inoltre, non potendo le manifatture locali poter competere sul mercato, si creerebbe una grande massa di lavoratori urbanizzati e disoccupati a disposizione delle multinazionali come manodopera a bassissimo prezzo. Teoria che ha trovato amara conferma nelle bidonvilles e "baraccopoli" che circondano i maggiori aggregati urbani del terzo mondo dove migliaia di persone soffrono quotidianamente la fame e vivono nella speranza di trovare un lavoro saltuario nelle metropoli. In un contesto del genere Hunt vede come unica possibile soluzione l’inversione delle tendenze alla globalizzazione. Inoltre le colture dei paesi del terzo mondo dovrebbero chiudere la propria economia smettendo di essere fornitrici di materie prime necessarie ai paesi industrializzati, commercio che offre enormi benefici ad una ristretta élite ed affama tutto il resto della popolazione, in modo da poter realmente risanare le proprie terre. "Poiché è nei paesi del terzo mondo che ci sono le risorse che tengono in piedi l’economia
mondiale, è il mondo industriale che ha bisogno del terzo mondo e non il contrario." Contro questo sfruttamento Hunt auspica la rivolta della popolazione non solo contro le classi dominanti ma contro la struttura della società stessa. Il fine ultimo è un’economia sganciata dal mercato
globalizzato ed un ritorno all’auto consumo. Egli cita anche alcuni esempi di simili riappropriazioni
in Uganda e America Latina. Nel 1982 Hunt, assieme ad altri, abbandonerà l’Ecology Party deluso dalla scarsa attività del partito accusato di aver abbandonato le proprie origini, basate su azioni concrete, a favore di una logica più elettorale. Nel 1984 fonderà un giornale: Green Anarchist (anarchico verde). I primi anni del giornale furono molto movimentati e subirono svariati contrasti e defezioni. Causa principale fu lo stesso Hunt che negli anni sviluppò un’attitudine sempre più orientata verso posizioni marcatamente dispotiche e fasciste sia nella conduzione del giornale sia nell’elaborazione delle proprie idee. Fattore di rinnovo furono Chris Laughton, che aveva precedentemente cercato di creare Earth First! in Inghilterra, e soprattutto Paul Rogers già collaboratore di Peace News dalla cui redazione si staccò in quanto più orientato all’azione diretta. Rogers riuscì a riallacciare i rapporti col mondo controculturale, ormai stanco delle invettive di Hunt, e fornì largo supporto alle azioni dirette degli animalisti oltre a critiche nei confronti della burocratizzazione del Green Party. Nel 1990 Laughton abbandonò e, affiancato da Kevin Lano precedentemente cofondatore del "Movimento di liberazione sessuale anarchico", Rogers riuscì a portare Hunt, che deteneva il controllo esclusivo dei fondi del giornale, alle dimissioni. L’occasione la fornì uno stesso articolo di Hunt a favore dell’intervento nella guerra del golfo. Attivi entrambi in movimenti contro la guerra Rogers e Lano, costretti loro malgrado a pubblicare l’articolo, lo accompagnarono con un loro scritto che criticava energicamente le posizioni patriottistiche di Hunt. L’affronto portò Hunt alle dimissioni ed alla fondazione nel ’91 di un proprio giornale, Alternative Green, dove sviluppò ulteriormente le sue posizioni gerarchiche e fasciste. Finalmente libera da Hunt, la redazione di Green Anarchist poté riorganizzarsi riallacciando numerosi contatti persi in passato e riformando e integrando le proprie idee. Essi decisero "(..) di integrare le idee dell’anarchismo verde nord americano con le esperienze e le analisi di Hunt e con il pensiero più radicale del movimento verde britannico." Un successivo passo fu la necessaria decentralizzazione sia a livello organizzativo, assicurandosi che il controllo delle risorse non potesse più essere in mano ad una sola persona, sia sviluppando una più ampia rete di collaborazioni anche estere. Nel corso delle proprie pubblicazioni Green Anarchist affrontò in modo critico vari aspetti della tradizione anarchica verde. Nonostante Murray Bookchin, di cui si parlerà più avanti, avesse il favore delle femministe, il gruppo editoriale di Green Anarchist ne criticò il modello di divisione del lavoro basato sulle differenze di genere (sesso). L’autonomia femminile viene considerata un tema centrale per la costruzione di una società futura anarchica e verde. Una simile posizione poteva gettare le basi per eventuali discriminazioni. Sempre nel campo delle discriminazioni GA vede le origini del razzismo nell’imperialismo. Creando diffidenza nei confronti delle culture estranee alla propria civiltà, si poteva caratterizzare negativamente queste popolazioni e quindi sfruttarle. "Gli africani potevano essere sfruttati legittimamente perché, seguendo l’autorità biblica, non erano cristiani, ma pagani e perciò era giusto trattarli solo come bestie da soma." Green Anarchist troverà nella critica situazionista nuovi stimoli nell’analisi della società industriale. L’internazionale situazionista, la cui storia risale al 1966, si concentrò sull’analisi dell’alienazione derivante dall’organizzazione del lavoro. Principali cause di questa alienazione derivano dal distacco esistente tra il lavoratore e il prodotto finito. Il situazionismo inoltre individua nella spettacolarizzazione della società la creazione di un distacco tra realtà e rappresentazione. Attraverso la pubblicità e i mass media il prodotto smette di essere fruito in quanto tale ma si carica di un’identità particolare che ne diventa il vero motivo d’acquisto. Anche il tempo e lo spazio vengono assoggettati alle esigenze capitaliste spingendo l’individuo in un ciclo di lavoro, consumo e riposo che sfugge al suo controllo. I situazionisti sostennero la necessità di creare situazioni capaci di scioccare il popolo al fine di metterlo in condizione di prendere coscienza dell’alienazione insita in un tipo di esistenza simile. Lungi dall’accettarne acriticamente le posizioni, Green Anarchist ne sviluppò la portata concentrando la propria analisi sul concetto di massa, e quindi sulla "scala" del fenomeno trascurata dai situazionisti, evidenziando come produzione, consumo e comunicazione di massa contribuiscano alla globalizzazione di determinati valori a discapito dell’identità individuale. In una società dove le spinte eversive sono seppellite dalla facile omologazione ad uno status quo di immediata acquisizione, il controllo risulta estremamente più facile. "Monopolizzando i mezzi necessari alla sopravvivenza nella società tecnologica-industriale, una piccola élite rende dipendenti le masse" utilizzando mezzi tradizionali quali quelli militari, religiosi ed economici ai quali si sono aggiunti quelli tecnologici. Resi massa informe e spersonalizzata, complice l’atomizzazione sociale, le persone si sentono prive di sicurezza e potere e tendono a cedere facilmente all’assimilazione di falsi "(…) miti paternalistici tra cui quello che sostiene che lo stato si può prendere cura di loro meglio di quanto loro stessi poterebbero fare, quello che devono sopportare è per il loro proprio bene e per il bene della società intera." Green Anarchist sviluppa anche una propria strategia di resistenza ritenendo che la più appropriata forma di organizzazione anarchica sia un coordinamento di separati piccoli gruppi di affinità. Pratica direttamente influenzata dalla femminista anarchica Cathy Levine che sostenne come tutte le strutture formali, burocratiche e di massa, ma anche quelle di movimento, finiscano per replicare concetti e metodologie di tipo patriarcale (e quindi autoritario). I concetti di Hunt vengono rivisti e corretti, depurati dalle istanze nazionalistiche ed allargati nelle loro considerazioni sociali. Il concetto di periferia, principalmente i contadini del terzo mondo, sfruttato dal centro, i paesi sviluppati, viene allargato ulteriormente. L’analisi si sposta anche alle "periferie" della società industrializzata analizzando le minoranze sessuali e culturali, gli animali, i disadattati e tutte le vittime del decadimento industriale. Essendo categorie principalmente lasciate a se stesse, esse non hanno nulla da perdere in quanto non
possiedono nulla e sono quindi le più disposte ad attaccare lo stato e le sue strutture. Secondo
Green Anarchist quella che definisce come "la nuova cultura di resistenza degli anni 90" può
esprimersi efficacemente solo con attacchi autonomi e anonimi di guerriglia alle infrastrutture
(strade, ferrovie, centri di comunicazione eccetera) e attraverso strategie di azione diretta volti alla disgregazione della società tecnologico-industriale. "L’economia informale del baratto, la crescita del movimento delle occupazioni (squatters) e dei travellers, la formazione di gruppi di autodifesa degli omosessuali o degli immigrati negli ultimi anni dimostrano che queste categorie stanno cercando una soluzione ai loro problemi per conto proprio senza alcuna delega, rinforzando se stessi e rendendo possibile vivere secondo i propri valori e desideri. Inoltre il crescendo di violenza contro le forze dell’ordine, le sommosse ad ogni stagione nelle città, la guerriglia senza spargimento di sangue che stanno conducendo nelle campagne i travellers, i sabotatori della caccia (Hunt Saboteurs), l’ALF, le cellule dell’Earth Liberation Front, dimostrano che la periferia sociale sta riprendendo ad attaccare il sistema. Lo stato è incapace di negoziare o di addomesticare questi ribelli contro l’Inghilterra civilizzata perché semplicemente essi non vogliono niente dallo stato e non credono più alle bugie del sistema."

sabato 25 febbraio 2012

La fascistocrazia, il totalitarismo dal volto nostrano

Da: Polyarchy

L'epoca in cui ci troviamo tuttora è l'epoca dello statismo di cui stiamo vivendo la crisi terminale (morale, culturale, sociale, economica) che può avere come sbocco o lo sprofondamento in una decadenza continua (imbarbarimento) o un rinnovamento radicale (rinascimento) attraverso il passaggio ad un altro modello, profondamente diverso, di organizzazione sociale .

Per quanto riguarda lo statismo italiano esso ha talune caratteristiche particolari che vanno messe in luce perché, comprendendone la natura, possiamo essere in grado di capire una parte di noi stessi, le persone con cui interagiamo e i possibili antidoti al generale imbarbarimento.

Il punto di partenza essenziale in questa analisi conoscitiva dello statismo nostrano è un aspetto che è comune a tutte le società basate sullo stato-nazione e cioè il fatto che, nonostante le apparenti contrapposizioni ideologiche interne, esse sono tutte caratterizzate da un percorso ideologico rettilineo omogeneo. Lo stato democratico nazionale, unitario e centralizzato, nasce dal superamento del regime aristocratico (suffragio ristretto) e dall'entrata in scena delle classi popolari che diventano elettorato di massa (suffragio universale).

L'ideologia che caratterizza l'emergere delle masse a nuovo soggetto politico è il socialismo statalizzato animato dalla piccola borghesia impiegatizia e dalla burocrazia dei nascenti partiti operai e socialisti. Già nel 1873 Engels afferma che"tutte le sezioni Italiane che si autoproclamano facenti parte dell'Internazionale sono gestite da avvocati senza cause, medici senza pazienti, studenti di biliardo, venditori di commercio e piazzisti vari, e, in special modo, giornalisti della stampa minore di fama più o meno dubbia." (1873, Friedrich Engels).Antonio Gramsci rafforza questa critica al socialismo burocratico quando scrive che in Italia"i partiti non furono una frazione organica delle classi popolari (un'avanguardia, un'élite), ma un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un'accolta di piccoli intellettuali di provincia, che rappresentavano una selezione alla rovescia." (1929-1935, Passato e Presente)
Quando questo socialismo burocratizzato scopre il nazionalismo il risultato è, in Italia e in Europa, il fascismo. La contrapposizione socialismo-fascismo che ci viene presentata a scuola o sui giornali è una contrapposizione inventata. Il fascismo nasce dal socialismo, vale a dire da quel socialismo partitico, burocratico, nazionalista e accesamente statalista che si era imposto dopo che il socialismo anarchico, individualista, internazionalista, basato sul mutuo appoggio e sul libero pensiero era stato sconfitto e i suoi rappresentanti messi in carcere, mandati in esilio o semplicemente uccisi (come avvenne nel maggio del 1919 per Gustav Landauer a cui le milizie “socialdemocratiche” di Gustav Noske sfondarono il cranio con il calcio del fucile).

Il socialista Mussolini diventa il fascista Mussolini ma si tratta solo di un cambio di etichetta e nient'altro. Questo passaggio continuo dal socialismo al fascismo è tipico di un periodo dell'intera storia europea. Ne “La scuola dei Dittatori” Ignazio Silone documenta questo fatto quando scrive che "fu una vera sorpresa per i berlinesi di vedere un giorno le caratteristiche 'Schalmeienkapellen' dei comunisti sfilare per la strada in uniforme bruna." In sostanza, comunisti il giorno prima e nazisti il giorno dopo. Questo cambiamento sorprende solo coloro che sono stati indottrinati a credere nell'antitesi tra comunismo e fascismo e non a percepirne la profonda comunanza ideologica (non per nulla “nazismo” è la contrazione di nazional-socialismo).

Molti che escono dalla scuola di stato sono convinti che il fascismo sia a vantaggio della proprietà privata e della libera impresa e che il comunismo sia per la proprietà pubblica e l'impresa statale. Queste sono idiozie assolute. Il fascismo, forse ancor più del comunismo, si basa sul culto dello stato che trova espressione nella famosa proclamazione Mussoliniana: "Niente fuori dello Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, nello Stato." (Articolo “Fascismo” - Enciclopedia Italiana, 1935). Lo stesso Mussolini afferma nel 1934, forse esagerando un po': "I tre quarti dell'economia italiana, industriale ed agricola, sono nelle mani dello Stato." (24 maggio 1934). Infatti uno storico moderno ha definito Mussolini "il grande sacerdote del collettivismo di stato." (1997, Denis Mack Smith)

Chiariti questi punti fondamentali che sono tipici di tutto lo statismo europeo al di là delle contrapposizioni fasulle tra destra e sinistra, è interessante vedere quali sono gli aspetti tipici dell'esperienza italiana. Io li riassumo in tre caratteristiche estremamente diffuse:

- Opportunismo. L'ideologia che contraddistingue soprattutto il comportamento politico del ceto politico dirigente è sempre stato l'opportunismo. Famosi sono i giri di valzer precedenti la prima guerra mondiale per cui si passa dall'alleanza con la Triplice Intesa (Austria-Ungheria e Germania) a quella con Francia e Inghilterra sperando di ottenere un più lauto bottino di guerra. Il capovolgimento di fronte è una costante della politica italiana. In sostanza, “Francia o Spagna purché se magna.”

- Servilismo. Chiaramente l'opportunismo è indice di un animo estremamente gretto, privo di principi morali, più tipico di un servo che di un essere responsabile e autonomo. Non per nulla, anche nei secoli precedenti l'Italia è stata terra di conquista per le potenze europee sicure che poi molti si sarebbero messi subito al servizio del vincitore. Servilismo fa rima con trasformismo che è anch'esso un atteggiamento assai presente tra le italiche genti.

- Vanverismo. Opportunismo e servilismo trovano espressione verbale in quello che io chiamo il vanverismo e cioè il parlare a vanvera, il dire cose senza costrutto che solleticano l'orecchio ma non hanno alcun significato reale. Fare affermazioni reboanti, sparare dati inventati, esprimere dichiarazioni perentorie che risultano poi in comportamenti difformi o in smentite nel giro di poche ore o di pochi giorni, questo è il pane quotidiano del giornalettismo nostrano e del politichese italico, l'uno a supporto dell'altro nel produrre aria fritta e vuoto assoluto.
Queste tre caratteristiche accomunano tutto il mondo politico fatto di ideologie di cartapesta di pura facciata (finti progressisti, finti liberali, finti socialisti). Infatti gli unici “ismi” davvero esistenti e che accomunano tutti sono, come detto più sopra, l'opportunismo, il servilismo e il vanverismo. Per caratterizzare appropriatamente lo statismo italico sarebbe utile raggruppare queste tre caratteristiche sotto un unico termine.

Il termine di cui abbiamo bisogno deve essere critico ma non pregiudizialmente dispregiativo e deve indicare un pensiero e una pratica in cui l’individuo è visto (quasi esclusivamente) come facente parte di un insieme di soggetti nazionali che hanno bisogno di essere guidati da un governante statale. Insomma, un popolo di esseri visti come deboli fili d’erba esposti al vento e alle intemperie, che il provvido fattore (governante) riunisce in un fascio e pone al riparo nella fattoria (stato). Il termine che qui si propone è quello di Fascistocrazia.

La Fascistocrazia attrae e unisce coloro che hanno orrore della varietà, del nuovo, del diverso, e per questo vogliono che tutti quelli che vivono su un certo territorio (più o meno chiuso verso l’esterno) siano strettamente uniti (il fascio d’erba) sotto il controllo del fattore. Per convincere tutti della bontà di tale pratica essi utilizzano concetti “suadenti” come democrazia, uguaglianza, integrazione, identità culturale, sovranità nazionale, assistenza sociale, ecc.

La Fascistocrazia risulta invece indigesta a tutti coloro che, ragionando con la loro testa, sviluppano una loro personalità libera e indipendente (intraprendente) e quindi una singolarità che non ha nulla a che fare con l'identità e l'apparato identitario dello stato nazionale. Essi desiderano società o comunità libere e volontarie in cui le persone si associano appunto liberamente e volontariamente. Per costoro lo stato nazionale territoriale che domina tutti è una mostruosità inventata da dementi, ipocriti e profittatori, e accettata, a seguito di una propaganda secolare, da masse di persone a cui il gusto della sperimentazione e della intraprendenza è stato ucciso sul nascere.

Se gli oppositori della Fascistocrazia sapranno utilizzare un linguaggio convincente e soprattutto far nascere realtà entusiasmanti (nuovi modi di produrre e di interagire) allora i giorni della Fascistocrazia saranno contati.

Bocca nera

"Ridi finché hai i denti",

disse il dentista accettando i tuoi assegni.

Te ne prendi cura per placare la paura

del vuoto in bocca.


Il falso smalto mi urta alla vista,

preferisco il riso amaro

raccolto nel tuo esser finalista.


Bocca nera, aspra ma sincera.


L'apripista aggiunge tutti nella lista,

un non invitato per un dente cariato.

Cos'ha fatto di male? Ha commesso un reato.


Tutti sorridenti in tribunale.

"Il dente è cariato, lo dobbiamo strappare!

Non è normale, non è normale,

è qualcosa di nuovo e a noi ci fa star male!"


Bocca nera, rossa e blu lei si dispera.


Il malcapitato aspetta la notte,

fuori la gabbia la guardia severa,

osserva attenta ogni suo movimento.


È questione di un momento,

potrebbe uscire o morire.

"La carie la trasmette quell'incivile!"


Punito nel sonno, fu l'ultima frase che gli lasciaron udire.


Bocca nera, perì nera nella sera.

venerdì 6 gennaio 2012

Alle origini

Da: Paleodieta.it

Per l'uomo che si trovasse in uno stato di natura, senza apparecchi per cucinare, disponendo solo del suo corpo, senza attrezzi di nessun tipo, la frutta e la sola cosa che prenderebbe, rifiutando erbe, cereali, radici e tuberi; naturalmente rifiuterebbe, essendone incapace di catturare, uccidere e mangiare altri animali oppure di berne il latte.
La frutta, in sostanza, costituisce un alimento naturale, che, comparso quando comparve, l'uomo, fu chiaramente destinata dalla Natura, simbioticamente, a nutrire in modo ottimale l'uomo.

Ragioni di forza maggiore, pare, obbligarono i nostri progenitori a cambiare dieta. I paleoantropologi concordano nel ritenere che la Terra, durante la preistoria dell'uomo, soffrì enormi sconvolgimenti climatici e geologici, i quali trasformarono profondamente gli ecosistemi del pianeta. Glaciazioni, interglaciazioni, periodi di eccessivo inaridimento o di insolita piovosità alterarono i biomi vegetali da cui l'uomo traeva il proprio nutrimento.
Durante l'ultima glaciazione, avvenuta tra i 200.000 e i 120.000 anni fa nel periodo dell'Era Quaternaria chiamato Pleistocene, i ghiacci avanzarono tanto che gran parte delle foreste eurasiatiche furono distrutte. L'Africa, nel frattempo, veniva flagellata da intensissime precipitazioni, seguite poi da un periodo di eccessivo inaridimento del clima, che fece scomparire gran parte delle foreste. La savana, gialla, assolata, semiarida, prese in molte zone il posto dell'intricato e ombroso ammasso vegetale che aveva fino allora ospitato e nutrito l'uomo.

L'alimentazione granivora e carnivora rappresenta dunque una vera e propria deviazione non dettata da una scelta, ma da uno stato di pura necessita che non offriva alternative. Contravvenendo agli istinti alimentari biologicamente connaturati con la propria specie, 1'uomo dette inizio alla sua degradazione e degenerazione fisio-psichica, i cui disastrosi effetti sono, oggi più che mai, evidenti. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, l'uomo non e diventato "più sano, più alto, più forte" da quando (circa 10.000 anni fa) ha cominciato a dedicarsi all'agricoltura. Tutt'altro. La paleopatologia, una disciplina relativamente nuova che studia le malattie di cui soffrivano i nostri antenati, sta sovvertendo molti luoghi comuni. Ad esempio quelli che riguardano la statura: gli scheletri degli uomini preistorici vissuti in Grecia e in Turchia verso la fine dell'era glaciale erano alti in media 175 centimetri, mentre 5.000 anni fa (dopo 1'adozione dell'agricoltura) la statura era scesa a 160 centimetri.
E inoltre ogni cultura ricorda i propri Matusalemme e i propri Noè, gli ultracentenari degli albori del mondo, cioè quando l'uomo era ancora fruttariano e crudista.
Oggigiorno, non più la necessita di procacciarsi il cibo, ma errate abitudini, pregiudizi dietetici e, soprattutto, la schiacciante pressione dell'industria alimentare, con tutti i suoi
condizionamenti pubblicitari, fanno si che l'uomo, non più guidato dall'istinto (ormai perduto), stenti a ritrovare razionalmente la strada della corretta alimentazione crudista.

Noi siamo l'1%

Da: Finimondo.org

Vi abbiamo visti. Vi abbiamo sentiti. Oramai siete dappertutto. Sappiamo chi siete. Siete quel 99% che protesta contro gli eccessi del capitalismo e gli abusi dello Stato. Siete il 99% che pretende riforme elettorali, alternative sociali, sussidi economici e misure politiche. Siete il 99% angosciato di perdere il proprio futuro, di non essere più in grado di vivere come ha fatto finora: un posto di lavoro, uno stipendio, un mutuo per la casa, una pensione. Tirare a campare, come minimo. Fare carriera, come massimo. È questo che chiedete. Non volete pagare la "crisi", volete che tutto torni come prima. Che nessuno spenga gli schermi che giorno dopo giorno hanno prosciugato la vostra vita di ogni significato ed emozione, condannandola alla tristezza della sopravvivenza. E tutto questo lo chiedete ai governi e alle banche. Perché la democrazia è: governanti che non siano interessati al potere ma al bene comune, banchieri che non siano interessati al profitto ma alla felicità della popolazione. Come nelle favole, come nei film.
In attesa di un lieto fine che tarda ad arrivare, non tollerate che qualcuno non condivida la vostra allucinata rassegnazione. Da Madrid ad Atene, da Roma a Portland, siete pronti a fermare, denunciare e bastonare quegli arrabbiati che nelle istituzioni non vedono le garanti della libertà ma le cause della miseria e dell'oppressione. La vendetta l'apprezzate solo nella finzione cinematografica, tolta la maschera le preferite la sottomissione. Davanti ad una società odiosa quanto putrefatta vi battete in favore di una protesta civile, misurata, educata. Una protesta che rimanga sempre alla vostra altezza: in ginocchio.
Adesso sappiamo chi è quell'1% che tanto odiate. Con i vostri cordoni, con i vostri servizi d'ordine, con le vostre delazioni, avete fatto capire a tutti chi è il vostro vero nemico. Non è certo la classe dirigente, a cui vi rivolgete con rispetto. Siamo noi. Noi, che non abbiamo uno Stato da difendere né da migliorare. Noi, che non abbiamo un mercato da proteggere né da sfruttare. Noi, che non vogliamo esercitare né subire alcuna autorità. Noi, per cui la vita non è riducibile ad un cartellino da timbrare o ad un conto corrente da salvaguardare. Noi, per cui la crisi non è nata con le recenti speculazioni in Borsa, o con l'incapacità di chi siede oggi in Parlamento, ma col vivere in questo stesso ordine sociale in tutti i suoi aspetti. Noi, per cui tutti i giorni sono precari in questo mondo che non abbiamo voluto, in cui non ci siamo mai riconosciuti, e che ci soffoca.
Non vogliamo avere nulla a che fare con il vostro 99%. Con la vostra rivendicazione di un capitalismo moderato e di uno Stato corretto. Con il vostro incedere politico che riduce il potere e il privilegio alle dimensioni di una carta di credito. Con il vostro campeggio urbano da nostalgici boyscout. Con la vostra identificazione di un avversario, l'origine della "ingiustizia", sempre più sfumato, immateriale e lontano dalla nostra portata. Con le vostre braccia sempre più accoglienti nei confronti di politici, industriali e guardiani, e sempre più vigorose contro i ribelli. Con le vostre azioni sempre più deboli che sono diventate solo un tiepido intervallo allo status quo. No, non vogliamo le vostre riforme, il vostro collaborazionismo, i vostri lavori alienanti, le vostre sinistre rivendicazioni riscaldate talmente tante volte da essere vomitevoli.
Noi sappiamo quali sono le cause reali delle sofferenze che subiamo: la sete di potere, il culto del denaro, ma anche l'obbedienza che pretendono e ottengono. Queste cause vengono perpetuate nelle vite quotidiane degli esseri umani, dalle azioni, dai gesti, dai rapporti che si intrecciano all'interno di una società in cui ci sentiamo stranieri ovunque. E queste cause – che devono essere rifiutate, disertate, demolite – hanno trovato albergo nel vostro movimento. Non ci siamo mai sentiti a nostro agio nel 99% della nostra vita moderna, trascorsa a fare la fila per elemosinare briciole, eppure voi insistete nel difendere il 99% del problema. Ci prenderemo le nostre possibilità altrove. Attraverso le speranze, i sogni e le azioni che hanno guadagnato la vostra condanna.
Voi, continuate pure la vostra attraversata nell'oceano dell'indignazione universale. Alzate le vostre vele passando le funi a burocrati e poliziotti. Condividete lo spazio e l'aria con la feccia che ha reso la vita su questo pianeta così invivibile. Andate dritti verso un nuovo domani, con la stiva ancora piena della merda di ieri. Non saliremo sulla vostra nave, caso mai ne discenderemo. E rimarremo sulle nostre zattere da voi così disprezzate, perché troppo piccole e leggere.
Ma fate attenzione. Un vascello che viaggia con a bordo i nostri nemici è un'occasione troppo bella per farsela sfuggire. Ridete? Non ci temete perché non abbiamo la forza per darvi l'arrembaggio? Ci avete frainteso. Noi non siamo interessati al vostro oro, non vogliamo affatto conquistarvi. Noi vogliamo farvi affondare con tutto il vostro carico di morte. Per riuscirvi non occorre una flotta maestosa, basta un brulotto. Piccolo e leggero.

venerdì 11 novembre 2011

Equilibrium


La vicenda ambientata a Libria, una specie di città-stato di un futuro postatomico, posta sotto il regime di un carismatico e misterioso dittatore, Il Padre. Dopo uno spaventoso conflitto nucleare che ha quasi spazzato via la razza umana dal pianeta, i pochi superstiti hanno deciso di creare un nuovo ordine e sradicare la guerra partendo dalle sue basi, cancellando dall'essere umano l'aggressività e gli istinti ad essa collegati; vale a dire, in sostanza, le emozioni. Ogni cittadino tenuto per legge ad assumere quotidianamente una droga, il Prozium che inibisce le emozioni. I ricordi della civiltà del passato sono ugualmente vietati: libri, vecchi dischi o semplici giocattoli, se scoperti, devono essere immediatamente bruciati, e il loro semplice possesso può costare la pena capitale.

La nave dei folli

di Ted Kaczynski

C’era una volta una nave il cui capitano e marinai divennero così fieri della propria maestria, così pieni di hybris e così fieri di se stessi che impazzirono. Girarono la nave verso nord e navigarono fino ad incontrare iceberg e pericolose correnti e continuarono a navigare a nord verso acque via via più perigliose, solamente per godere della possibilità d’eseguire atti di navigazione sempre più brillanti.
Mentre la nave raggiungeva latitudini via via più alte i passeggeri e i marinai divennero progressivamente nervosi. Iniziarono a bisticciare tra loro e a lamentarsi delle proprie condizioni di vita.
“Dio mi fulmini se questo non è il peggior viaggio che ho mai fatto!” esclamò un vecchio marinaio. “La coperta è lucida di ghiaccio; quando sono di vedetta il vento mi taglia il giaccone come un coltello; ogni volta che cazzo la randa per poco non mi congelo le dita; e per tutto quello che ci guadagno sono cinque miseri scellini al mese!”.
“Pensi che ti vada male!” disse una passeggera. “Io non riesco a dormire la notte per il freddo. Le donne a bordo non ricevono tante coperte quanto gli uomini. Non è giusto!”
Un marinaio messicano li interruppe: “Chingado! Io ricevo solo la metà dei soldi dei marinai inglesi. Abbiamo bisogno di molto cibo per tenerci caldi in questo clima e io continuo a non ricevere la mia parte; gli inglesi ne hanno di più. E la cosa peggiore è che i marinai continuano a darmi ordini in inglese invece che in spagnolo”.
“Io avrei più motivi di tutti per lamentarmi”, disse un nativo americano. “Se i visipallidi non mi avessero privato delle mie terre ancestrali non mi troverei nemmeno su questa nave, qua tra gli iceberg e i venti polari. Starei vogando su una canoa su un bel lago placido. Ho diritto ad un indennizzo. Per lo meno il capitano dovrebbe concedermi di allestire del gioco d’azzardo in modo che possa guadagnare qualcosa”.
L’omosessuale si fece avanti: “Ieri il capo marinaio mi ha chiamato “frocetto” perché succhio cazzi. Ho il diritto di succhiare cazzi senza essere insultato!
“Non sono solo gli umani ad essere maltrattati su questa nave”, evidenziò un amante degli animali tra i passeggeri, la voce tremante per l’indignazione. “La settimana scorsa ho visto un mozzo calciare ben due volte il cane della nave!”
Uno dei passeggeri era un professore universitario. Fregandosi le mani esclamò: “Ma tutto questo è terribile! E’ immorale! Razzismo, sessismo, specismo, omofobia e sfruttamento della classe proletaria! E’ discriminatorio! Dobbiamo ottenere giustizia sociale. Equi diritti per il marinaio messicano, salari più alti per tutti i marinai, un indennizzo per l’indiano, eque coperte per le signore, un diritto garantito di succhiare cazzi e niente più calci al cane!”
“Si, si!” urlano i passeggeri e i marinai. “E’ discriminazione! Dobbiamo affermare i nostri diritti!”
Un mozzo si schiarì la voce: “Ahem. Avete tutti buone ragioni per protestare. Ma mi sembra che ciò che dobbiamo davvero fare sia girare la nave e puntare a sud, perché se continuiamo verso nord prima o poi naufragheremo sicuramente e allora i vostri salari, le vostre coperte, e il tuo diritto a succhiare cazzi saranno inutili, perché annegheremo tutti”.

Ma nessuno lo degnò d’attenzione, perché era solo un mozzo.

Il capitano e gli ufficiali, dalla loro stazione a poppa li avevano osservati ed ascoltati. Ora sorrisero tra loro e ad un gesto del capitano l’ufficiale in seconda scese dalla coperta a poppa, passò dove erano riuniti i passeggeri e i marinai e si fece largo in mezzo a loro. Assunse un’espressione serissima in volto e disse: “Noi ufficiali dobbiamo ammettere che sulla nave sono accadute cose davvero imperdonabili. Non c’eravamo resi conto di quanto brutta fosse la situazione prima di sentire le vostre proteste. Noi siamo uomini di buona volontà e vogliamo comportarci in modo corretto. Ma, ehm, il capitano è un uomo piuttosto conservatore e probabilmente dovrà essere spronato un po’ prima che apporti cambiamenti significativi. La mia opinione personale è che se voi protestate vigorosamente – ma sempre in modo pacifico e senza violare le regole della nave – riuscirete a smuovere il capitano e a costringerlo a risolvere i problemi di cui vi lamentate così giustamente.”
Detto questo, l’ufficiale in seconda tornò sotto coperta a poppa. Mentre se ne andava i passeggeri gli urlavano dietro: “Moderato!Riformista! Liberale! Lecchino del capitano!”. Ma nonostante questo fecero quello che aveva detto loro. Si riunirono in un gruppo a poppa e si misero ad urlare insulti agli ufficiali e ad affermare i propri diritti: “Io voglio un salario più alto e migliori condizioni di lavoro”, urlò l’abile marinaio. “Eguali coperte per le donne!” urlò la passeggera. “Voglio ricevere i miei ordini in spagnolo”, urlò il marinaio messicano. “Voglio il diritto d’organizzare giochi d’azzardo” urlò il marinaio indiano. “Non voglio essere chiamato frocetto!” urlò l’omosessuale. “Basta calciare il cane!” urlò l’amante degli animali. “Rivoluzione ora!” urlò il professore.

Il capitano e gli ufficiali si riunirono e confabularono per diversi minuti, ammiccando, accennando e sorridendo gli uni agli altri per un certo tempo. Quindi il capitano uscì a poppa e con grande benevolenza annunciò che il salario dell’abile marinaio sarebbe stato aumentato a sei scellini al mese; il salario del marinaio messicano sarebbe stato incrementato a 2/3 di quello degli inglesi e che gli ordini di cazzare la randa gli sarebbero stati dati in spagnolo; la passeggera avrebbe ricevuto una coperta in più; al marinaio indiano sarebbe stato permesso di organizzare giochi d’azzardo la domenica sera; l’omosessuale non sarebbe stato più chiamato frocetto purchè succhiasse cazzi privatamente; e il cane non sarebbe stato calciato a meno che non avesse commesso qualcosa di davvero cattivo come rubare del cibo.
I passeggeri e i marinai celebrarono queste concessioni come grandi vittorie, ma la mattina dopo si sentivano nuovamente insoddisfatti.
“Sei scellini al mese sono una miseria e continuo a gelarmi le mani quando cazzo la randa” si lamentò l’abile marinaio. “Continuo a non ricevere lo stesso salario dei marinai inglesi e cibo insufficiente in questo clima” disse il marinaio messicano. “Noi donne non abbiamo ancora abbastanza coperte per tenerci al caldo” disse la passeggera. Gli altri passeggeri e marinai espressero simili lamentele e il professore continuò a spronarli.

Quando ebbero finito il mozzo si fece avanti – a voce più alta questa volta in modo tale che gli altri non potessero facilmente ignorarlo: “E’ davvero terribile che il cane venga calciato per aver rubato un po’ di pane e che le donne non abbiano abbastanza coperte e che l’abile marinaio si congeli le dita e non vedo perché gli omosessuali non dovrebbero succhiare cazzi se ne hanno voglia. Ma guardate che grossi che sono gli iceberg adesso e come il vento soffia forte! Dobbiamo girare la nave verso sud, perché se continuiamo verso nord naufragheremo e annegheremo.”

“Già”, disse l’omosessuale, “è terribile che continuiamo a dirigerci a nord. Ma perché dovrei continuare a succhiare cazzi di nascosto? Perché devo essere chiamato frocetto? Non valgo come tutti gli altri?”
“Navigare a nord è una cosa terribile”, disse la passeggera, “ma non vedi? Questa è proprio la ragione perché le donne hanno bisogno di più coperte per scaldarsi. Esigo un numero equo di coperte per le donne ora!”
“E’ verissimo”, disse il professore, “che navigare a nord è causa di grandi difficoltà per noi tutti. Ma dirigere la rotta a sud non sarebbe realistico. Non si possono portare le lancette indietro. Dobbiamo trovare un modo maturo per affrontare la situazione”.
“Guardate,” disse il mozzo, “se lasciamo mano libera a quei pazzi a poppa affogheremo tutti. Se riusciremo a salvare la nave, allora potremo preoccuparci delle condizioni di lavoro, delle coperte per le donne e del diritto di succhiare cazzi. Ma prima dobbiamo girare il vascello. Se alcuni di noi si uniscono, elaborano un piano e si fanno coraggio riusciremo a salvarci. Non ci vorrebbero molti di noi – sei o otto basterebbero. Potremo assaltare la poppa, rovesciare quei folli fuori bordo e girare la nave verso sud.”

Il professore alzò il naso e disse in modo gravoso: “Io non credo alla violenza. E’ immorale”. “L’uso della violenza è sempre poco etico” disse l’omosessuale. “Sono terrorizzato della violenza” disse la passeggera.

Il capitano e gli ufficiali avevano osservato ed ascoltato il tutto. Ad un segnale del capitano l’ufficiale in seconda uscì da sottocoperta e passò tra i passeggeri e i marinai, dicendo loro che c’erano ancora molti problemi sulla nave: “Abbiamo fatto molti progressi”, disse, “ma molto resta ancora da fare. Le condizioni di lavoro dell’abile marinaio sono ancora dure, il messicano non sta ancora ricevendo lo stesso salario degli inglesi, le donne non hanno ancora tante coperte quanto gli uomini, il gioco d’azzardo domenicale dell’indiano sono un indennizzo risibile per la perdita delle sue terre ancestrali, è ingiusto che l’omosessuale debba succhiare cazzi di nascosto e che il cane a volte venga ancora calciato. Penso che il capitano debba essere spronato nuovamente. Aiuterebbe se tutti voi organizzaste un’altre protesta – purchè non violenta”.
Mentre l’ufficiale in seconda camminava verso poppa i passeggeri e i marinai si misero ad urlargli insulti, ma ciononostante fecero quello che aveva detto loro e si riunirono davanti alla cabina per un’altra protesta. Schiamazzarono, minacciarono e mostrarono i pugni e addirittura tirarono un uovo al capitano (che lo schivò abilmente).
Dopo aver sentito le loro proteste il capitano e gli ufficiali si riunirono per un’assemblea, durante la quale sogghignarono e ammiccarono gli uni agli altri. Quindi il capitano scese a poppa ed annunciò che l’abile marinaio avrebbe ricevuto guanti per tenere le mani al caldo, che il marinaio messicano avrebbe ricevuto un salario il ¾ quello degli inglesi, che le donne avrebbero ricevuto un’ulteriore coperta, che il marinaio indiano avrebbe organizzato giochi d’azzardo il sabato e la domenica sera, che all’omosessuale sarebbe stato permesso di succhiare cazzi pubblicamente con il buio e che nessuno sarebbe stato autorizzato a calciare il cane senza previa autorizzazione del capitano.
I passeggeri e i marinai furono entusiasti per questa grande vittoria rivoluzionaria, ma la mattina dopo tornarono nuovamente a sentirsi insoddisfatti e iniziarono a lamentarsi dei vecchi problemi.
Questa volta il mozzo iniziava ad arrabbiarsi: “Maledetti idioti!”, urlava, “Non vedete quello che il capitano e gli ufficiali stanno facendo? Vi stanno tenendo occupati con le vostre triviali preoccupazioni riguardo a coperte, salari e i calci al cane in modo che non vi concentriate sul vero problema della nave – che si sta dirigendo sempre più a nord e che annegheremo. Se solamente alcuni di voi rinvenissero e si unissero e assaltassero la cabina potremo girare la nave e salvarci. Ma non fate che lamentarvi di inutili dettagli come le condizioni di lavoro e giochi d’azzardo e il diritto a succhiare cazzi”.

I passeggeri e i marinai s’infuriarono: “Inutili!”, urlò il messicano, “Pensi sia una cosa ragionevole che io riceva un salario che è ¾ di quello degli inglesi? Questo è irrilevante?”
“Come puoi definire i miei problemi triviali?”, urlò l’omosessuale, “Non capisci quanto sia umiliante sentirsi chiamare frocetto?”
“Calciare il cane non è un “inutile dettaglio”!”, urlò l’amante degli animali, “è brutale e crudele!”.
“D’accordo allora”, rispose il mozzo. “Questi problemi non sono inutili o triviali. E’ crudele e brutale calciare il cane ed è umiliante essere chiamato “frocetto”. Ma se paragonato al vero problema – il fatto che la nave è ancora diretta a nord – i vostri problemi sono cosucce triviali, perché se non giriamo la nave in tempo annegheremo tutti.

“Fascista!” urlò il professore.

“Controrivoluzionario!” urlò la passeggera. E tutti i passeggeri e i marinai, uno dopo l’altro, si misero a chiamare il mozzo “fascista” e “controrivoluzionario”. Lo spinsero via e tornarono a lamentarsi dei salari, delle coperte per le donne, del diritto di succhiare cazzi e del modo in cui il cane veniva trattato. La nave continuò a dirigersi a nord e dopo un po’ fu schiacciata tra due iceberg e tutti annegarono.