giovedì 20 ottobre 2011

Qualcosa a proposito della distruzione

La distruzione si caratterizza come un dogma anti-dogmatico, un sistema anti-sistema, una religione anti-religiosa, un idea priva di qualsiasi idea. La distruzione trasforma l'arte in spazzatura e viceversa. La distruzione riconosce i detentori del potere e si pone ad essi. La distruzione vi libererà dal lavoro. La distruzione cerca di ignorare il cibo come nutrimento, ma lo abbraccia come arma. La distruzione è spasmodica, urina, lancia farina, urla, striscia e ribalta i tavoli. La distruzione pugnala, calcia, tira pugni, dipinge, scolpisce e fotte. La distruzione può o non può diventare tutto ciò che odia. La distruzione dev'essere eseguita a terra in modo da essere correttamente considerata tale. La distruzione accetta gli errori (inclusi falsità e silenzio) e abbraccia il modo in cui essi mutano positivamente le realtà del passato. La distruzione presuppone che chiunque sia al potere debba subire una qualche forma di umiliazione. La distruzione nega pubblicamente qualsiasi coinvolgimento in attività illegali. La distruzione eseguirebbe tutta la musica trasformandola in effetto. La distruzione è più miele e meno soldi. La distruzione è più sentire e meno pensare. La distruzione cerca di fare tutto ciò che è brutto, bello (o per lo meno interessante). La distruzione cerca di sostituire l'unità familiare con cumuli di biancheria sporca. La distruzione deve distruggere tutti i centri turistici. La distruzione accetta che il "rumore" è la scala infinitesimale tra le note. La distruzione realizza che le funzioni corporee possono essere efficacemente utilizzate come insulti. La distruzione si deve sempre abbattere al fine di dimostrare la sua esistenza. Niente è così estremo da non poter essere immediatamente realizzato attraverso la distruzione. La distruzione finirà per distruggere tutta l'arte rendendola una comodità. La distruzione cerca di annullare tutte le strutture della società. La distruzione cerca di non imparare lingue straniere, crea invece nuove parole. Alla distruzione piace che il "grande successo" (smash hit) suoni come "distruggilo" (smash it). La distruzione cerca di inventare nuove fissazioni. La distruzione vuole distruggere il concetto vecchio e stanco di procreazione. Alla distruzione piace l'odore del sudore. La distruzione deve vestire per infastidire la popolazione affinché essa segua le sue orme... e rimanga nuda. La distruzione accetta tutti i tipi di musica ma non può suonarne qualunque. La distruzione è morta sul nascere.

-Guyana Punch Line-

domenica 16 ottobre 2011

Draghi e Draghetti

da Asocial Network

Le manifestazioni e le rivolte, certi signori e certe signore, le vorrebbero esclusivamente come vogliono loro. "Pacifiche", "legali", "colorate e festose"; e mi verrebbe da dire (e lo dico!) che i "colori" che preferiscono sono quelli del governatore Draghi. Tutti dei piccoli Draghetti, che appunto come il famoso personaggio dei cartoni animati, hanno un'unica, profonda aspirazione: quella di fare il pompiere. Guai a usare troppo fuoco, perché il fuoco ha una caratteristica che non riescono proprio a capire: brucia. E se il fuoco si mette a bruciare, si hanno delle alluvioni di dispiacere, come appunto quello del governatore della Banca d'Italia nonché futuro capo supremo della BCE. Visto che si lamentano tanto perché la manifestazione di ieri è stata gestita male,improvvisata, non ha "saputo isolare i violenti" e non si è limitata ad essere la solita passeggiatina più o meno allegra per una città, potevano farsela organizzare e gestire direttamente da Draghi, quello che "capisce i giovani"; ho come il sospetto che parecchi ce lo avrebbero visto molto bene, tutto bello pacifico, magari accanto a Vendola e a Casarini.

Sono tipi davvero curiosi, questi "pacifisti"; sempre pronti a dire che "con la violenza non si ottiene nulla", perché in realtà la loro più grande paura è che si ottenga qualcosa; appassionati di paragoni, tipo quello con le "altre manifestazioni" tutte belline e pacificissime, quelle di New York dove i bravi manifestanti ripuliscono la piazzetta "occupata" in modo che il sindaco conceda paternamente di non spostarsi. Tutti a puntare il dito contro i "facinorosi" e i "violenti", chiedendo magari, e assai volentieri, l'aiuto della polizia. A questo punto facciano la cosa più logica: se li decidano da soli, i loro manifestanti. Poiché la data del 15 ottobre è già definita come maledetta, se le facciano da soli le loro "resistenze", si caccino i loro "governi", si patullino i loro "futuri" e le loro "mancanze di futuro". Stiano sui loro blog e sulle loro pagine Facebook a stigmatizzare e a fornire le loro ricette che hanno, fondamentalmente, lo stesso valore di quelle della Prova del cuoco; alla prova del fuoco non sanno resistere. Viene immediatamente fuori la loro natura di Grisù: draghetti fuori e pompieri dentro. Vanno alla manifestazione intitolata pomposamete Toma la calle!, ma quando qualcuno cerca di tomarsela per davvero, la calle, passano immediatamente a fare il tifo per la Polizia affinché li protegga da quei violenti che rovinano la festicciuola.

Non lo hanno capito che questa è tutt'altro che una festa, e che i loro "colori" e le loro "allegrie" sono più tristi e funeree di un due novembre di pioggia. Non hanno capito che, ai signori della crisi, una valvola di sfogo ben ordinata e rispettosa va benissimo; non per niente, fin da mesi prima della manifestazione di ieri, erano tutti a mettere le mani avanti e a implorare che non accadessero scontri e che tutto si svolgesse nella massima calma e tranquillità. Vogliono "riprendersi il futuro" nel modo che viene loro gentilmente indicato dagli stessi contro cui intenderebbero "protestare", ben attenti a non disturbarli perché sennò si intristiscono. Come diceva la vecchia canzone? E sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re. Proviamo invece a immaginare per un momento se, ieri, quelle centociquanta o duecentomila persone che c'erano se la fossero tomata sul serio, la calle. Nell'unico modo efficace in cui la strada va presa: col fuoco. Ma non avverrà. Urlavano No violenza! No violenza! mentre la tanto rassicurante polizia faceva i caroselli anche addosso a loro, e magari con la speranza nemmeno tanto segreta che qualche violento fosse pacificamente schiacciato o, quantomeno, messo in condizione di non nuocere. Del resto, sembra che ci abbiano pensato direttamente loro, a consegnare degli incappucciati direttamente nelle mani della Polizia: una sintesi perfetta di tutta la non violenza.

Bisogna capirli. Generalmente, per questi qui, la "soluzione alla crisi" consiste nel cambio di governo. Ma quale crisi: la manifestazione di ieri doveva essere semplicemente l'ennesima, pacifica e "non-violenta" spallata a Berlusconi. Qualcuno ha pensato bene di prenderlo alla lettera, il titolo della manifestazione: e così le cose sono diventate chiarissime. Di presenti senza uscita e di futuri senza futuro, a questi qui non importa nulla; l'importante è non dare eccessiva noia. La prossima volta, se ci sarà, si facciano organizzare e gestire direttamente da Napolitano; a prendersi la strada, o perlomeno a tentare di farlo, ci penseranno altri. Assaltare istituzioni, banche, SUV e sbirri va bene esclusivamente se avviene in Tunisia o nelle banlieues parigine o londinesi; se invece avviene a Roma in un bel pomeriggio ottobrino ecco spuntare i nuovi brigatisti, i violenti da isolare e tutti i pacifismi e le non-violenze che puzzano di morte più di un cadavere in decomposizione. E allora vi meritate Vendola. Vi meritate i piagnistei su Steve Jobs. Vi meritate Draghi. E vi meritate anche la crisi che vi spazzerà via. Provate a dirglielo a lei, di essere pacifica e non violenta!

sabato 8 ottobre 2011

Strani onnivori gli esseri umani


da laverabestia.org


Etica, compassione, empatia, rispetto, senso di giustizia, anche dopo milioni di anni, sembrano preclusi alla maggior parte degli umani.

Ma si potrebbe almeno ammettere la propria incapacità o non volontà a rinunciare al cibarsi di animali e derivati allo scopo esclusivo di compiacere il proprio palato, finendo di ripetere sempre il solito stereotipo sull' ONNIVOROCITA' DELL'ESSERE UMANO. Resta evidente che chi si barrica dietro questa affermazione, annientando in partenza ogni minimo approccio di natura etica alla questione, immagina anche di crearsi un alibi addirittura indistruttibile a giustificazione delle proprie azioni. Solo l'idea li terrorizza. Il piacere personale prima di tutto. Questa sembra essere la regola per una molteplicità di individui.

Chi si ritiene oggi fermamente un animale "onnivoro" sappia che se si è adatti anche a mangiare carne crudanon dissanguatanon resa edibile dalla frollaturanon trattata con catena del freddo e non sottoposta ad analisi veterinarie ante e post mortem, come avviene in natura, significa che si è anche immuni ed in grado di metabolizzare trichinella, salmonella, escherichia coli, toxoplasmosi, ptomaine (quali scatolo, indolo, putrescina, cadaverina, neurina), aldeide malonica, basi creatiniche, purine, ammoniaca, urea, acido urico, creatinina (anidride della creatina), acido ippurico e a tutti i parassiti e cariche batteriche presenti in essa, allo stato naturale (post mortem dell'animale). In questo caso andrebbe resa nota la notizia su scala mondiale e in tutte le testate medico scientifiche.

E poichè in questo caso saremmo gli unici "onnivori" mai apparsi sul pianeta ad avere:
  • insufficienza di acidi gastrici per disintegrare le proteine animali (10 volte meno di acido cloridrico rispetto ai reali onnivori); ad avere il sangue alcalino al 7.30-7.50, e non acido 6.0-7.0 (come nei reali onnivori);
  • gli unici esseri viventi autoproclamatesi "onnivori" ad essere PRIVI di enzima uricasi, atto a disgregare i 28 grammi di acidi urici regalati da ogni kg di proteine animali (rispetto ai reali onnivori che abbondano di tale enzima);
  • ad avere il latte materno con la stessa percentuale proteica della frutta (4-5%), e non del 15% come nel latte bovino;
  • gli unici nella storia del mondo ad esseri dotati di un sistema gastrointestinale oblungo, stretto, spugnoso, pieno di curve e di risalite, la peggior cosa possibile per un pasto carneo (rispetto ai reali onnivori che hanno un intestino corto, tozzo e liscio per una rapida digestione ed espulsione delle sostanze putrescenti);
  • gli unici ad avere un sistema immunitario che accoglie i pasti carnei come nemici invasori, con pesanti reazioni leucocitiche, come dimostrato da Kouchakoff;
  • gli unici dotati di mandibole mobili lateralmente, tipiche del frantumatore di frutta e di semi (rispetto ai reali onnivori le quali mandibole sono fisse, adatte a strappare le carni alle vittime).

Mangiate dunque carni di animali appena uccisi per qualche tempo, invece di andare in macelleria, così come avviene in natura; masticate e strappate le carni con la vostra imponente ed aguzza dentatura. Fatelo fare anche ad un nutrizionista...

Stesso concetto per il pesce che, allo stato crudo, può essere contaminato da diversi microrganismi che provocano infezioni o tossinfezioni, come ListeriaEscherichia coliSalmonella e sopratutto il rischio maggiore per chi consuma pesce crudo è rappresentato dall'Anisakis, che causa parassitosi acuta. Dal punto di vista delle conservazione, se conservato appunto con temperature e/o in ambienti non adeguati, il rischio è quello di avvelenamenti da istamina.
In relazione a tutto ciò il pesce PER ESSERE MANGIATO CRUDO E PER RENDERLO COMMESTIBILE ALL'ESSERE UMANO, deve essere sottoposto a congelamento preventivo (tramite "abbattitore") prima della somministrazione, ovvero sottoposto a 96 ore a -15° C, o 60 ore a -20° C, o 12 ore a –30° C, o 9 ore a -40° C. E ciò è imposto anche da una circolare del ministero di sanità del 1992, ancora in vigore.

Questi fatti sono universali e non accidentali.
L'uomo appartiene fisiologicamente alla categoria dei frugivori.
L'uomo manifesta la sua "onnivorocità innaturale" solo previo dissanguamento, frollatura, conservazione, lavorazione, e soprattutto previa COTTURA degli animali che mangia. L'organismo umano non è progettato per riprodurre quanto avviene in natura tra i reali carnivori ed onnivori.

Ma abbiamo da sempre mangiato animali?
Quando nel Pleistocene, circa qualche milione di anni fa, le foreste, diventate gradualmente inospitali a causa di cambiamenti climatici, si trasformano in savane e i nostri progenitori, sprovvisti di qualunque arma naturale, adatta ad inseguire, a dilaniare e a mangiare la durissima carne cruda della preda, per sopravvivere, si adattarono a mangiare anche la carne, vivendo in questa fase di sciacallaggio, cioè dei resti degli animali predatori. 
La caccia sistematica, resa possibile dapprima con la realizzazione delle prime armi inastate da attacco, poi da rudimentali archi e frecce, ed in concomitanza con i primi usi del fuoco da parte dell'Homo Erectus, può essere ricondotta ad almeno 300.000-500.000 anni fa [Hominid Use of Fire in the Lower and Middle Pleistocene: A Review of the Evidence. James, Steven R.]; il processo di antropogenesi (processo nel quale la famiglia Hominidae si è evoluta da un progenitore comune alloscimpanzé) ebbe origine circa 5-6 milioni di anni. Fu 2,3 - 2,4 milioni di anni fa che il genere Homo si differenziò dall' AustralopithecusResta evidente che, di gran lunga, per la gran parte dell'intera sua scala temporale evolutiva, il genere Homo si alimentò esclusivamente come la natura per lui prescrisse, ovvero di animale fruttariano raccoglitore. E' solo grazie quindi ad uno sviluppo delle capacità cognitive-intellettive, maturatesi "molto tardivamente" rispetto alla sua scala temporale evolutiva, che egli riesce ad ottenere armi atte a sopperire le proprie naturali incapacità fisico-strutturali tipiche di ogni predatore sul pianeta. E altresì chiaro che se la natura lo avesse paradossalmente "creato" dipendente ed abile al consumo carneo, la sua estinsione sarebbe sopraggiunta molto, ma molto prima, dell'aver sviluppato capacità intellettive che gli consentissero la costruzione di armi che la stessa natura invece mai gli fornì.

L'uomo attuale, strettamente imparentato con gorilla, scimpanzé, gibboni e urang- tang, appartiene alla classe dei mammiferi, all'ordine dei primati, alla famiglia degli ominidi, al genere homo, alla specie homo sapiens ed ha con questi in comune il 98% circa del patrimonio genetico. E' anatomicamente strutturato come questi avendo, infatti, due mani e due piedi, niente coda, occhi che guardano in avanti, ghiandole mammarie sul petto, milioni di pori sudoripari nella pelle, pollice della mano opponibile, adatto a raccogliere semi e frutti, apparato masticatorio come il nostro, canini poco sviluppati, grandi molari smussati, adatti a triturare cibi duri e, quindi, notevole spessore dello smalto, forma dei denti con cuspidi arrotondati, incisivi ben sviluppati, adatti a tagliare i frutti e i vegetali, inoltre ghiandole salivari ben sviluppate come le nostre, saliva ed urina alcalina, lingua liscia, stomaco con duodeno, l'intestino (lungo 12 volte la lunghezza del tronco) è sacculato, cioè a zone che servono alla fermentazione degli alimenti vegetali, la placenta è discoidale, il colon convoluto. Struttura anatomica generale praticamente identica alla nostra. Il fatto che questi nostri parenti siano vegetariani indica chiaramente che l'essere umano non sia stato strutturato dalla natura a mangiare la carne, e che non è, come alcuni sostengono, un animale onnivoro. L'animale onnivoro, infatti, ha 4 zampe, coda, occhi che guardano di lato, mammelle sull'addome, incisivi assai sviluppati, molari possenti, formula dentale differente dalla nostra, saliva ed urina acida, fondo dello stomaco arrotondato, canale intestinale 8 volte la lunghezza del tronco, placenta non caduca. Anche se l'essere umano, per la propria sopravvivenza nel corso della storia, si è abituato a mangiare di tutto (con le conseguenze relative), questo non vuol dire che sia predisposto ad essere onnivoro: lo è diventato per sopravvivenza, per abitudine, per tradizione, vinto dal gusto della carne cotta.

Queste parole sono rivolte a chi negli animali non-umani vede solo strumenti atti al proprio soddisfacimento e piacere, nell'incapacità di percezione del dolore e della sofferenza altrui, del rispetto alla vita individuale e di ogni minimo avvicinamento etico alla questione animale.

martedì 7 giugno 2011

Gabriel García Márquez - Cent'anni di solitudine

Da “Cent’anni di solitudine”

Josè Arcadio Buendía trascorse i lunghi mesi di pioggia chiuso in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno turbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno. Quando fu esperto nell’uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio. Fu in quel periodo che prese l’abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell’orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l’igname, la ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione.
Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a se stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture, incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio.
Alla fine, un martedì di dicembre, verso l’ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento. I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l’augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta:
«La terra è rotonda come un’arancia.»
Ursula perse la pazienza. «Se devi diventare pazzo, diventalo per tuo conto» gridò. «Ma non cercare di inculcare ai bambini le tue idee da zingaro» Josè Arcadio Buendía, impassibile, non si lasciò intimorire dalla disperazione di sua moglie, che in un accesso di collera gli spezzò l’astrolabio per terra. Ne costruì un altro, riunì nella stanzetta gli uomini del villaggio e dimostrò loro, con teorie che risultavano incomprensibili a tutti, la possibilità di tornare al punto di partenza navigando sempre verso oriente. Tutto il paese era convinto che Josè Arcadio Buendía avesse perduto il senno, quando arrivò Melquíades a mettere le cose a posto. Esaltò pubblicamente l’intelligenza di quell’uomo che per pura speculazione astronomica aveva stabilito una teoria già provata in pratica, anche se sconosciuta fino a quel momento a Macondo, e come prova della sua ammirazione gli fece un regalo che avrebbe esercitato un influsso decisivo nel futuro del villaggio: un laboratorio di alchimia.

mercoledì 18 maggio 2011

Pillola rossa

Tutt'ora le concezioni tra il vero e il reale sono molto distanti tra loro.
Basta pensare alla propria scena locale, differisce comunque in qualcosa rispetto al paese limitrofo, che si tratti di usanze o tradizioni o del rapporto tra gli abitanti.

In questo si rispecchia la realtà di chi vive le suddette situazioni, ma che ne è della verità?

La verità si può benissimo dire sia individuale, quindi basata sulle conoscenze individuali.
Di certo non è del tutto sbagliato come ragionamento, ma il fatto di avere molti aspetti in comune tra individui ci fa pensare ad una sola verità, pressoché generalizzata e volta alla convivenza.

L'uomo si è ritrovato negli anni ad accrescere sempre più nel numero e quindi nel più stretto contatto con i suoi simili, questo ha dato spazio alla realtà, oserei dire ormai sinonimo di unica verità, bloccando lo sviluppo della conoscenza individuale e basandosi piuttosto sull'apprendimento delle usanze e dei costumi che lo circondano.
L'apprendere il funzionamento della scena locale e l'entrare a farne parte sembra l'unica preoccupazione dell'individuo odierno. Che poi la scena locale si sia estesa  ad un concetto di nazione ci fa capire che la realtà sta prendendo sempre più il controllo sulla verità individuale.

L'individuo è ormai sostituito da un'identità nazionale, da troppe tradizioni spesso in contrasto tra loro e sempre più spesso considerate di vitale importanza per la loro continuità, come se si fossero sostituite al modello umano.

La realtà estrema attuale volgendosi in idealismo, oscura l'unica e sola verità che si ritrova nelle origini umane ormai date per scontato, per fare spazio a "giochi di gruppo" diventati sempre più catastrofici per l'intero ecosistema.
L'individualismo è ormai sostituito da un infinità di numeri e codici volti a farci esistere al di fuori della nostra natura di uomini, facendoci sprofondare sempre più in una amara realtà che ormai sta vagando nelle menti dell'intero pianeta.

Abbiamo perso la nostra umanità nel cercare di migliorarla.

venerdì 8 aprile 2011

Quello che piace ai pesci

« Zhuangzi e Huizi stavano passeggiando nei pressi della cascata di Hao quando Zhuangzi disse:
"Osserva come i pesci saltellano sull'acqua e poi si rituffano. Questo è ciò che ai pesci piace realmente!"
Huizi disse, "Tu non sei un pesce — come puoi sapere quello che piace ai pesci?"
Zhuangzi replicò, "Tu non sei me, quindi, come puoi sapere che io non so cosa piace ai pesci?"
Huizi, "Non sono te, e per questo non so di certo cosa tu sai.
D'altro canto, tu di certo non sei un pesce — quindi, questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!"
Zhuangzi disse, "Torniamo alla domanda originale, per favore.
Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci — quindi, tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto quella domanda.
Io lo sapevo semplicemente stando qui vicino all'Hao". »

lunedì 28 marzo 2011

Joseph Roth

Da “La Cripta dei Cappuccini”

Dunque, anche quella sera andai al caffè Lindhammer e mi comportai come se non fossi affatto eccitato come gli altri. Non mi consideravo forse da tempo ormai, da quando ero tornato dalla guerra, uno che era vivo per errore? Non mi ero forse abituato ormai da lungo tempo a osservare tutti gli avvenimenti che i giornali definiscono “storici” con lo sguardo spassionato di uno che non appartiene più a questo mondo? Era già un bel pezzo che la morte mi aveva mandato in congedo a tempo indeterminato! Ed essa, la morte, a ogni istante poteva interrompere il mio congedo. Come potevano riguardarmi ancora le cose di questo mondo?...
Tuttavia mi preoccupavano e specialmente quel venerdì. Fu come se si trattasse di decidere se io, un pensionato dalla vita, potevo continuare a consumare in pace la mia pensione, come fino ad allora, in una pace amara; o se anche questa mi doveva essere tolta, questa povera pace amara: la rinuncia si potrebbe dire, che io ero avvezzo a chiamare “pace”. Così che, spesso negli ultimi anni quando l’uno o l’altro dei miei amici veniva da me per dirmi che era finalmente arrivato il momento che io mi occupassi della storia del nostro paese, dicevo, certo, la solita frase: «Lasciatemi in pace!», ma sapevo benissimo che in realtà avrei voluto dire: «Lasciatemi alla mia rinuncia!». La mia cara rinuncia! Anche quella adesso è perduta! Ha preso la via dei miei desideri rimasti inappagati…
Andai dunque a sedermi al caffè e mentre gli amici al mio tavolo continuavano a parlare delle loro faccende private, io, che per un destino non meno inesorabile che clemente vedevo esclusa ogni possibilità di un mio interesse privato, sentivo ormai solo quello generale, che in vita mia mi era importato così poco, che in vita mia ero stato solito sfuggire…
Erano settimane ormai che non leggevo più un giornale e i discorsi dei miei amici che sembravano vivere dei giornali, addirittura essere tenuti in vita da notizie e dicerie, erano al mio orecchio un mormorio fuggevole che lasciava il tempo che trovava, come le onde del Danubio se qualche volta restavo seduto sul lungofiume Franz-Joseph o sulla Elisabeth-Promenade. Io ero escluso; escluso ero. Escluso in mezzo ai vivi significa qualcosa come: extraterritoriale. Ero appunto un extraterritoriale in mezzo ai vivi.
E anche l’eccitazione dei miei amici, quello stesso venerdì sera, mi sembrò di troppo; fino al momento in cui la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in testa né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali e guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. Ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!».
Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo: figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia probabile ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi – spesso avevo sentito che li chiamavano “reazionari” – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino.