venerdì 8 novembre 2013

Scherzo del destino in agguato dietro l'angolo come un brigante da strada



Il ministro dell’interno resta imprigionato nella sua auto blindata. Invano tecnici della Fiat, agenti della Digos, alleati di partito e avversari politici tentano di liberare il ministro. Mentre un onorevole tenta di ingraziarsi il prigioniero, la moglie amoreggia con un terrorista nascosto in cantina: tutti finiranno stipati dentro la macchina…
 

mercoledì 17 ottobre 2012

Il Pianeta Verde


 
Il film utilizza la comicità per muovere una critica feroce alla civiltà industriale. La storia comincia, appunto, sul "Pianeta verde": un pianeta lontano e sconosciuto ai terrestri, dove le persone che lo abitano vivono la loro esistenza in armonia con se stessi e con la natura. Anche gli abitanti di questo pianeta sono passati per l'era industriale (nel film è definita preistoria), ma dopo averne saggiato la decadenza, hanno preferito abbattere gerarchie, industrie e tutto ciò che rappresentava l'epoca dello sfruttamento.



domenica 8 luglio 2012

Green, Not Greed

Si tratta di un blog creato per la condivisione gratuita di testi di stampo anarchico e libertario, con l'intenzione di espandere le conoscenze riguardanti le molte correnti e diramazioni del pensiero anarchico, la lotta al capitalismo e allo stato e i loro effetti in ambito sociale, politico e ambientale. Il progetto di condivisione è gratuito per il semplice fatto che tali testi dovrebbero essere liberi da qualsiasi restrizione di proprietà e quindi accessibili a chiunque, essendo appunto nozioni di tipo libertario e, in teoria, esenti da diritti d'autore o da fini di lucro.



Presentazione del Blog:


Chi siamo?
Siamo dei compagni che, stufi -e incazzati- dei prezzi esosi dell’editoria in generale (da quella borghese a quella anarchica), hanno deciso di creare un blog dove poter scaricare sia libri, sia scritti e sia dossier redatti da vari compagni (anche stranieri) in modo da far girare sia un po’ di cultura generale e sia delle situazioni nelle realtà in cui viviamo. Questa collaborazione, l’abbiamo chiamata “Green, Not Greed”, che letteralmente significa “Verde, non avido”, giacché siamo spiantati ma non avidi nel condividere o nel sostenere e supportare la libera diffusione del materiale orientato verso il mondo dell’anarchismo. Il nostro slogan è appunto “Non diamo da mangiare ai porci editorialisti”, dunque, finché sia possibile non farlo, ben venga.

Cosa facciamo?
Sappiamo bene che la stampa dei libri di autori anarchici o di area libertaria, è per le case editrici un modo per far conoscere il pensiero anarchico agli individui, ma spesso -per il cosiddetto autofinanziamento- impongono prezzi troppo esosi, con tutto che non vogliano lucrarci di sopra. Tuttavia, è nostro interesse la distribuzione in rete di materiale difficilmente altrimenti reperibile, e abbiamo intenzione di non ricavarne alcun profitto per via di fattori etici e morali, poiché ricavar profitto è contro la nostra visione di cambiamento dello stato di cose. Finché condividiamo sulla rete, non ce n’è proprio alcun bisogno. L’unico “ricavo” che ci aspetteremmo, sarebbe la crescita dell’individuo.

Cosa pubblichiamo?
Pubblicheremo libri o dossier, preferibilmente in italiano, su argomenti inerenti all’anarchismo, alla lotta al capitalismo, alla pedagogia libertaria, lotta allo Stato, ma anche sulla situazione di distruzione ambientale o di curiosità archeologiche delle zone in cui viviamo o in cui abbiamo contatti. Nel caso in cui trovassimo interessanti delle pubblicazioni in lingua straniera, e che non siano ancora state pubblicate in Italia, o non siano arrivate in italiano, ci riserviamo il piacere di tradurre e pubblicare il suddetto materiale.

domenica 22 aprile 2012

Libertarias


Un omaggio alle donne, che durante la guerra civile spagnola del 1936, si sono battute contro il fascismo Franchista.

La giovane suora Maria, scappa dal convento attaccato dagli anarchici trovando rifugio in un'appartamento di prostitute, dove ben presto comparirà Pilar, membro dell'organizzazione delle Donne Libere, che con i suoi forti discorsi convincerà le prostitute e Maria stessa ad aggiungersi alla causa.


Torrent file .mkv


Torrent file .avi

Sottotitoli in italiano

martedì 17 aprile 2012

Green Anarchist e l’anarchismo ecologista inglese

Da: D.I.Y. - La (contro)cultura del Do It Yourself

Le origini del movimento ecologista risalgono alla metà degli anni Sessanta. Nel 1965 viene pubblicato Primavera silenziosa di Rachel Carson, libro dove si esponeva le conseguenze dannose dell’accumulo di DDT sulla catena alimentare. Il libro dava occasione per la prima volta alle persone di confrontarsi con le conseguenze ecologiche delle proprie azioni. Grossomodo negli stessi anni nasce Greenpeace che ottenne pubblicità mondiale nel fallito tentativo di fermare i test nucleari nel pacifico. La sinistra, seguendo un atteggiamento già precedentemente adottato nei confronti del movimento delle donne, criticò aspramente l’affacciarsi del movimento verde. Nei primi Settanta uscì un libro che ebbe particolare rilievo per le idee anarchiche: Indicazioni per la sopravvivenza di Edward Goldsmith. Tesi cardine del libro era che la crescita economica aveva violato il principio di sostenibilità. sovrappopolazione e inquinamento, unite ad una sostanziale diminuzione delle risorse, ponevano in pericolo l’equilibrio dell’ecosistema. Il libro proponeva come possibile soluzione il ritorno a quelle che venivano definite società vernacolari: gruppi preindustriali e tribali in armonia con la natura. Nonostante la sua importanza, l’opera di Goldsmith ricevette dure critiche dal movimento femminista in quanto nel libro veniva accettata acriticamente la logica patriarcale presente nella società tribale. Ciononostante il libro di Goldsmith, assieme alle teorie ecologiste di Schumacher, influenzarono in maniera considerevole la controcultura delle comuni degli anni Settanta nelle quali si travisava, a differenza di quelle sviluppatesi nei ’60, la base per un modello alternativo di società. Un altro autore che, per quanto controverso e in seguito aspramente contestato, seppe imporsi all’attenzione del nascente movimento fu Richard Hunt che in una serie di opuscoli seppe sviluppare ed arricchire l’ideologia del movimento ecologista anarchico. Hunt analizza la produzione del surplus in campo economico e cioè la quantità prodotta in più rispetto a quella strettamente necessaria per il proprio sostentamento. Secondo questa "legge del minimo sforzo", formulata su basi antropologiche, anziché lavorare per produrre surplus l’uomo si sarebbe dedicato all’ozio. Tale situazione cambiò a seguito di un impoverimento della terra disponibile in Mesopotamia causato da un cambio climatico alla fine dell’ultimo periodo glaciale (5000 A.C. circa). L’economia dei cacciatori raccoglitori entrò in crisi e si sviluppò un tipo di agricoltura più stanziale e intensiva. L’organizzazione del territorio portò alla divisione del lavoro secondo le proprie abilità. Secondo Hunt si creò una classe di organizzatori che ben presto imparò ad usare la religione per legittimare il proprio dominio sulla classe di lavoratori. Inoltre il surplus permetteva ai dominatori di mantenere una classe militare da utilizzare per imporre il proprio potere sulle classi inferiori. La sempre maggiore esigenza di surplus sarà alla base delle spinte espansionistiche che si svilupperanno in due modi: il "furto" e cioè l’uso della forza bruta, la conquista, e il "baratto", il commercio, e quindi lo sviluppo di un’altra classe dominante: gli artigiani. L’unica possibilità di reazione da parte delle popolazioni vicine era la creazione di surplus, ricreando società simili a quella da cui venivano attaccate. L’invenzione della moneta rafforzerà ulteriormente il potere del commercio che unito all’istituzione del sistema delle tasse fornì un efficace metodo di assoggettamento delle popolazioni colonizzate. I contadini infatti erano obbligati a produrre surplus per il mercato in modo da potere ottenere la moneta indispensabile per pagare le tasse. Nato circa due millenni fa, questo metodo venne riutilizzato anche nel XIX secolo: le autorità infatti obbligarono le popolazioni sottomesse a pagare le tasse in moneta costringendole ad accettare i lavori, sottopagati, nelle piantagioni inglesi. Chi si rifiutava di pagare veniva punito con la distruzione della propria capanna. Hunt proponeva come possibile soluzione la ricostruzione della società in comunità piccole e indipendenti. Col successivo opuscolo Hunt, che nel frattempo era diventato membro dell’ Ecology Party fondato da Goldsmith anni prima, allargò le proprie tematiche analizzando più in dettaglio la crisi del terzo mondo. Hunt non si limitò a prendere in esame il problema della sovrappopolazione ma contestualizzò la crisi in un sistema di ingiustizie sostenuto principalmente dal mondo occidentale. Oltre a sottolineare come la maggior parte dei problemi del terzo mondo fossero diretta conseguenza di anni di colonialismo, il movimento ecologista evidenziò come due grossi interventi delle nazioni unite negli anni ’70, la Rivoluzione Verde e la crisi dell’OPEC, non solo non risolsero il problema ma lo aggravarono. Proposte per risanare le maltrattate terre del terzo mondo, le colture sperimentali sviluppate nei laboratori non riuscirono a sopravvivere al di fuori di essi. Al termine delle sperimentazioni i paesi del terzo mondo si ritrovarono ancor più aspramente indebitati di prima. Tale indebitamento non toccò le élite locali ma creò enorme sofferenza per le popolazioni debitrici. L’opuscolo di Hunt nasce in risposta al rapporto Brandt del 1980 per le Nazioni Unite dove, alla rilevata crescente disparità tra le nazioni sviluppate e quelle del terzo mondo, si proponeva la fornitura di assistenza tecnica in modo che queste nazioni potessero competere sul mercato in modo equo. Il rapporto Brandt arriva a sostenere la necessità dello sviluppo ulteriore delle nazioni più ricche in modo da permettere loro di fornire più aiuti a quelle più povere. Hunt critica aspramente questa posizione additando la responsabilità della povertà delle popolazioni del terzo mondo proprio allo sviluppo del mondo industriale occidentale che ne ha trasformato le colture di sussistenza, in origine sufficienti a sfamare le popolazioni locali, in colture intensive utili allo sviluppo dell’industrializzazione. Tale processo resiste tutt’oggi e si inserisce in un contesto di critica degli aiuti umanitari stessi in quanto essi "(…) trattano i sintomi ma non le cause della situazione, cause che vengono dimenticate." Non solo, spesso tali aiuti venivano sfruttati dai governi locali per poter spingere le proprie popolazioni verso atteggiamenti desiderati. I governi locali infatti fanno parte di uno dei tre poli del triangolo della corruzione individuato da Hunt. Partner di questo immane sfruttamento sono i governi dei paesi occidentali e le multinazionali. "Il governo del centro instaura un regime fantoccio nel terzo mondo, questo regime usa le armi importate dall’occidente per scacciare (in un modo o nell’altro) la popolazione dalla terra e garantire il via libera allo sfruttamento da parte delle multinazionali sia della terra che delle popolazioni." Per Hunt, quindi, la funzione del libero mercato non ha altro fine che aprire ulteriori mercati nel sud del mondo. Inoltre, non potendo le manifatture locali poter competere sul mercato, si creerebbe una grande massa di lavoratori urbanizzati e disoccupati a disposizione delle multinazionali come manodopera a bassissimo prezzo. Teoria che ha trovato amara conferma nelle bidonvilles e "baraccopoli" che circondano i maggiori aggregati urbani del terzo mondo dove migliaia di persone soffrono quotidianamente la fame e vivono nella speranza di trovare un lavoro saltuario nelle metropoli. In un contesto del genere Hunt vede come unica possibile soluzione l’inversione delle tendenze alla globalizzazione. Inoltre le colture dei paesi del terzo mondo dovrebbero chiudere la propria economia smettendo di essere fornitrici di materie prime necessarie ai paesi industrializzati, commercio che offre enormi benefici ad una ristretta élite ed affama tutto il resto della popolazione, in modo da poter realmente risanare le proprie terre. "Poiché è nei paesi del terzo mondo che ci sono le risorse che tengono in piedi l’economia
mondiale, è il mondo industriale che ha bisogno del terzo mondo e non il contrario." Contro questo sfruttamento Hunt auspica la rivolta della popolazione non solo contro le classi dominanti ma contro la struttura della società stessa. Il fine ultimo è un’economia sganciata dal mercato
globalizzato ed un ritorno all’auto consumo. Egli cita anche alcuni esempi di simili riappropriazioni
in Uganda e America Latina. Nel 1982 Hunt, assieme ad altri, abbandonerà l’Ecology Party deluso dalla scarsa attività del partito accusato di aver abbandonato le proprie origini, basate su azioni concrete, a favore di una logica più elettorale. Nel 1984 fonderà un giornale: Green Anarchist (anarchico verde). I primi anni del giornale furono molto movimentati e subirono svariati contrasti e defezioni. Causa principale fu lo stesso Hunt che negli anni sviluppò un’attitudine sempre più orientata verso posizioni marcatamente dispotiche e fasciste sia nella conduzione del giornale sia nell’elaborazione delle proprie idee. Fattore di rinnovo furono Chris Laughton, che aveva precedentemente cercato di creare Earth First! in Inghilterra, e soprattutto Paul Rogers già collaboratore di Peace News dalla cui redazione si staccò in quanto più orientato all’azione diretta. Rogers riuscì a riallacciare i rapporti col mondo controculturale, ormai stanco delle invettive di Hunt, e fornì largo supporto alle azioni dirette degli animalisti oltre a critiche nei confronti della burocratizzazione del Green Party. Nel 1990 Laughton abbandonò e, affiancato da Kevin Lano precedentemente cofondatore del "Movimento di liberazione sessuale anarchico", Rogers riuscì a portare Hunt, che deteneva il controllo esclusivo dei fondi del giornale, alle dimissioni. L’occasione la fornì uno stesso articolo di Hunt a favore dell’intervento nella guerra del golfo. Attivi entrambi in movimenti contro la guerra Rogers e Lano, costretti loro malgrado a pubblicare l’articolo, lo accompagnarono con un loro scritto che criticava energicamente le posizioni patriottistiche di Hunt. L’affronto portò Hunt alle dimissioni ed alla fondazione nel ’91 di un proprio giornale, Alternative Green, dove sviluppò ulteriormente le sue posizioni gerarchiche e fasciste. Finalmente libera da Hunt, la redazione di Green Anarchist poté riorganizzarsi riallacciando numerosi contatti persi in passato e riformando e integrando le proprie idee. Essi decisero "(..) di integrare le idee dell’anarchismo verde nord americano con le esperienze e le analisi di Hunt e con il pensiero più radicale del movimento verde britannico." Un successivo passo fu la necessaria decentralizzazione sia a livello organizzativo, assicurandosi che il controllo delle risorse non potesse più essere in mano ad una sola persona, sia sviluppando una più ampia rete di collaborazioni anche estere. Nel corso delle proprie pubblicazioni Green Anarchist affrontò in modo critico vari aspetti della tradizione anarchica verde. Nonostante Murray Bookchin, di cui si parlerà più avanti, avesse il favore delle femministe, il gruppo editoriale di Green Anarchist ne criticò il modello di divisione del lavoro basato sulle differenze di genere (sesso). L’autonomia femminile viene considerata un tema centrale per la costruzione di una società futura anarchica e verde. Una simile posizione poteva gettare le basi per eventuali discriminazioni. Sempre nel campo delle discriminazioni GA vede le origini del razzismo nell’imperialismo. Creando diffidenza nei confronti delle culture estranee alla propria civiltà, si poteva caratterizzare negativamente queste popolazioni e quindi sfruttarle. "Gli africani potevano essere sfruttati legittimamente perché, seguendo l’autorità biblica, non erano cristiani, ma pagani e perciò era giusto trattarli solo come bestie da soma." Green Anarchist troverà nella critica situazionista nuovi stimoli nell’analisi della società industriale. L’internazionale situazionista, la cui storia risale al 1966, si concentrò sull’analisi dell’alienazione derivante dall’organizzazione del lavoro. Principali cause di questa alienazione derivano dal distacco esistente tra il lavoratore e il prodotto finito. Il situazionismo inoltre individua nella spettacolarizzazione della società la creazione di un distacco tra realtà e rappresentazione. Attraverso la pubblicità e i mass media il prodotto smette di essere fruito in quanto tale ma si carica di un’identità particolare che ne diventa il vero motivo d’acquisto. Anche il tempo e lo spazio vengono assoggettati alle esigenze capitaliste spingendo l’individuo in un ciclo di lavoro, consumo e riposo che sfugge al suo controllo. I situazionisti sostennero la necessità di creare situazioni capaci di scioccare il popolo al fine di metterlo in condizione di prendere coscienza dell’alienazione insita in un tipo di esistenza simile. Lungi dall’accettarne acriticamente le posizioni, Green Anarchist ne sviluppò la portata concentrando la propria analisi sul concetto di massa, e quindi sulla "scala" del fenomeno trascurata dai situazionisti, evidenziando come produzione, consumo e comunicazione di massa contribuiscano alla globalizzazione di determinati valori a discapito dell’identità individuale. In una società dove le spinte eversive sono seppellite dalla facile omologazione ad uno status quo di immediata acquisizione, il controllo risulta estremamente più facile. "Monopolizzando i mezzi necessari alla sopravvivenza nella società tecnologica-industriale, una piccola élite rende dipendenti le masse" utilizzando mezzi tradizionali quali quelli militari, religiosi ed economici ai quali si sono aggiunti quelli tecnologici. Resi massa informe e spersonalizzata, complice l’atomizzazione sociale, le persone si sentono prive di sicurezza e potere e tendono a cedere facilmente all’assimilazione di falsi "(…) miti paternalistici tra cui quello che sostiene che lo stato si può prendere cura di loro meglio di quanto loro stessi poterebbero fare, quello che devono sopportare è per il loro proprio bene e per il bene della società intera." Green Anarchist sviluppa anche una propria strategia di resistenza ritenendo che la più appropriata forma di organizzazione anarchica sia un coordinamento di separati piccoli gruppi di affinità. Pratica direttamente influenzata dalla femminista anarchica Cathy Levine che sostenne come tutte le strutture formali, burocratiche e di massa, ma anche quelle di movimento, finiscano per replicare concetti e metodologie di tipo patriarcale (e quindi autoritario). I concetti di Hunt vengono rivisti e corretti, depurati dalle istanze nazionalistiche ed allargati nelle loro considerazioni sociali. Il concetto di periferia, principalmente i contadini del terzo mondo, sfruttato dal centro, i paesi sviluppati, viene allargato ulteriormente. L’analisi si sposta anche alle "periferie" della società industrializzata analizzando le minoranze sessuali e culturali, gli animali, i disadattati e tutte le vittime del decadimento industriale. Essendo categorie principalmente lasciate a se stesse, esse non hanno nulla da perdere in quanto non
possiedono nulla e sono quindi le più disposte ad attaccare lo stato e le sue strutture. Secondo
Green Anarchist quella che definisce come "la nuova cultura di resistenza degli anni 90" può
esprimersi efficacemente solo con attacchi autonomi e anonimi di guerriglia alle infrastrutture
(strade, ferrovie, centri di comunicazione eccetera) e attraverso strategie di azione diretta volti alla disgregazione della società tecnologico-industriale. "L’economia informale del baratto, la crescita del movimento delle occupazioni (squatters) e dei travellers, la formazione di gruppi di autodifesa degli omosessuali o degli immigrati negli ultimi anni dimostrano che queste categorie stanno cercando una soluzione ai loro problemi per conto proprio senza alcuna delega, rinforzando se stessi e rendendo possibile vivere secondo i propri valori e desideri. Inoltre il crescendo di violenza contro le forze dell’ordine, le sommosse ad ogni stagione nelle città, la guerriglia senza spargimento di sangue che stanno conducendo nelle campagne i travellers, i sabotatori della caccia (Hunt Saboteurs), l’ALF, le cellule dell’Earth Liberation Front, dimostrano che la periferia sociale sta riprendendo ad attaccare il sistema. Lo stato è incapace di negoziare o di addomesticare questi ribelli contro l’Inghilterra civilizzata perché semplicemente essi non vogliono niente dallo stato e non credono più alle bugie del sistema."

sabato 25 febbraio 2012

La fascistocrazia, il totalitarismo dal volto nostrano

Da: Polyarchy

L'epoca in cui ci troviamo tuttora è l'epoca dello statismo di cui stiamo vivendo la crisi terminale (morale, culturale, sociale, economica) che può avere come sbocco o lo sprofondamento in una decadenza continua (imbarbarimento) o un rinnovamento radicale (rinascimento) attraverso il passaggio ad un altro modello, profondamente diverso, di organizzazione sociale .

Per quanto riguarda lo statismo italiano esso ha talune caratteristiche particolari che vanno messe in luce perché, comprendendone la natura, possiamo essere in grado di capire una parte di noi stessi, le persone con cui interagiamo e i possibili antidoti al generale imbarbarimento.

Il punto di partenza essenziale in questa analisi conoscitiva dello statismo nostrano è un aspetto che è comune a tutte le società basate sullo stato-nazione e cioè il fatto che, nonostante le apparenti contrapposizioni ideologiche interne, esse sono tutte caratterizzate da un percorso ideologico rettilineo omogeneo. Lo stato democratico nazionale, unitario e centralizzato, nasce dal superamento del regime aristocratico (suffragio ristretto) e dall'entrata in scena delle classi popolari che diventano elettorato di massa (suffragio universale).

L'ideologia che caratterizza l'emergere delle masse a nuovo soggetto politico è il socialismo statalizzato animato dalla piccola borghesia impiegatizia e dalla burocrazia dei nascenti partiti operai e socialisti. Già nel 1873 Engels afferma che"tutte le sezioni Italiane che si autoproclamano facenti parte dell'Internazionale sono gestite da avvocati senza cause, medici senza pazienti, studenti di biliardo, venditori di commercio e piazzisti vari, e, in special modo, giornalisti della stampa minore di fama più o meno dubbia." (1873, Friedrich Engels).Antonio Gramsci rafforza questa critica al socialismo burocratico quando scrive che in Italia"i partiti non furono una frazione organica delle classi popolari (un'avanguardia, un'élite), ma un insieme di galoppini e maneggioni elettorali, un'accolta di piccoli intellettuali di provincia, che rappresentavano una selezione alla rovescia." (1929-1935, Passato e Presente)
Quando questo socialismo burocratizzato scopre il nazionalismo il risultato è, in Italia e in Europa, il fascismo. La contrapposizione socialismo-fascismo che ci viene presentata a scuola o sui giornali è una contrapposizione inventata. Il fascismo nasce dal socialismo, vale a dire da quel socialismo partitico, burocratico, nazionalista e accesamente statalista che si era imposto dopo che il socialismo anarchico, individualista, internazionalista, basato sul mutuo appoggio e sul libero pensiero era stato sconfitto e i suoi rappresentanti messi in carcere, mandati in esilio o semplicemente uccisi (come avvenne nel maggio del 1919 per Gustav Landauer a cui le milizie “socialdemocratiche” di Gustav Noske sfondarono il cranio con il calcio del fucile).

Il socialista Mussolini diventa il fascista Mussolini ma si tratta solo di un cambio di etichetta e nient'altro. Questo passaggio continuo dal socialismo al fascismo è tipico di un periodo dell'intera storia europea. Ne “La scuola dei Dittatori” Ignazio Silone documenta questo fatto quando scrive che "fu una vera sorpresa per i berlinesi di vedere un giorno le caratteristiche 'Schalmeienkapellen' dei comunisti sfilare per la strada in uniforme bruna." In sostanza, comunisti il giorno prima e nazisti il giorno dopo. Questo cambiamento sorprende solo coloro che sono stati indottrinati a credere nell'antitesi tra comunismo e fascismo e non a percepirne la profonda comunanza ideologica (non per nulla “nazismo” è la contrazione di nazional-socialismo).

Molti che escono dalla scuola di stato sono convinti che il fascismo sia a vantaggio della proprietà privata e della libera impresa e che il comunismo sia per la proprietà pubblica e l'impresa statale. Queste sono idiozie assolute. Il fascismo, forse ancor più del comunismo, si basa sul culto dello stato che trova espressione nella famosa proclamazione Mussoliniana: "Niente fuori dello Stato, al di sopra dello Stato, contro lo Stato. Tutto allo Stato, per lo Stato, nello Stato." (Articolo “Fascismo” - Enciclopedia Italiana, 1935). Lo stesso Mussolini afferma nel 1934, forse esagerando un po': "I tre quarti dell'economia italiana, industriale ed agricola, sono nelle mani dello Stato." (24 maggio 1934). Infatti uno storico moderno ha definito Mussolini "il grande sacerdote del collettivismo di stato." (1997, Denis Mack Smith)

Chiariti questi punti fondamentali che sono tipici di tutto lo statismo europeo al di là delle contrapposizioni fasulle tra destra e sinistra, è interessante vedere quali sono gli aspetti tipici dell'esperienza italiana. Io li riassumo in tre caratteristiche estremamente diffuse:

- Opportunismo. L'ideologia che contraddistingue soprattutto il comportamento politico del ceto politico dirigente è sempre stato l'opportunismo. Famosi sono i giri di valzer precedenti la prima guerra mondiale per cui si passa dall'alleanza con la Triplice Intesa (Austria-Ungheria e Germania) a quella con Francia e Inghilterra sperando di ottenere un più lauto bottino di guerra. Il capovolgimento di fronte è una costante della politica italiana. In sostanza, “Francia o Spagna purché se magna.”

- Servilismo. Chiaramente l'opportunismo è indice di un animo estremamente gretto, privo di principi morali, più tipico di un servo che di un essere responsabile e autonomo. Non per nulla, anche nei secoli precedenti l'Italia è stata terra di conquista per le potenze europee sicure che poi molti si sarebbero messi subito al servizio del vincitore. Servilismo fa rima con trasformismo che è anch'esso un atteggiamento assai presente tra le italiche genti.

- Vanverismo. Opportunismo e servilismo trovano espressione verbale in quello che io chiamo il vanverismo e cioè il parlare a vanvera, il dire cose senza costrutto che solleticano l'orecchio ma non hanno alcun significato reale. Fare affermazioni reboanti, sparare dati inventati, esprimere dichiarazioni perentorie che risultano poi in comportamenti difformi o in smentite nel giro di poche ore o di pochi giorni, questo è il pane quotidiano del giornalettismo nostrano e del politichese italico, l'uno a supporto dell'altro nel produrre aria fritta e vuoto assoluto.
Queste tre caratteristiche accomunano tutto il mondo politico fatto di ideologie di cartapesta di pura facciata (finti progressisti, finti liberali, finti socialisti). Infatti gli unici “ismi” davvero esistenti e che accomunano tutti sono, come detto più sopra, l'opportunismo, il servilismo e il vanverismo. Per caratterizzare appropriatamente lo statismo italico sarebbe utile raggruppare queste tre caratteristiche sotto un unico termine.

Il termine di cui abbiamo bisogno deve essere critico ma non pregiudizialmente dispregiativo e deve indicare un pensiero e una pratica in cui l’individuo è visto (quasi esclusivamente) come facente parte di un insieme di soggetti nazionali che hanno bisogno di essere guidati da un governante statale. Insomma, un popolo di esseri visti come deboli fili d’erba esposti al vento e alle intemperie, che il provvido fattore (governante) riunisce in un fascio e pone al riparo nella fattoria (stato). Il termine che qui si propone è quello di Fascistocrazia.

La Fascistocrazia attrae e unisce coloro che hanno orrore della varietà, del nuovo, del diverso, e per questo vogliono che tutti quelli che vivono su un certo territorio (più o meno chiuso verso l’esterno) siano strettamente uniti (il fascio d’erba) sotto il controllo del fattore. Per convincere tutti della bontà di tale pratica essi utilizzano concetti “suadenti” come democrazia, uguaglianza, integrazione, identità culturale, sovranità nazionale, assistenza sociale, ecc.

La Fascistocrazia risulta invece indigesta a tutti coloro che, ragionando con la loro testa, sviluppano una loro personalità libera e indipendente (intraprendente) e quindi una singolarità che non ha nulla a che fare con l'identità e l'apparato identitario dello stato nazionale. Essi desiderano società o comunità libere e volontarie in cui le persone si associano appunto liberamente e volontariamente. Per costoro lo stato nazionale territoriale che domina tutti è una mostruosità inventata da dementi, ipocriti e profittatori, e accettata, a seguito di una propaganda secolare, da masse di persone a cui il gusto della sperimentazione e della intraprendenza è stato ucciso sul nascere.

Se gli oppositori della Fascistocrazia sapranno utilizzare un linguaggio convincente e soprattutto far nascere realtà entusiasmanti (nuovi modi di produrre e di interagire) allora i giorni della Fascistocrazia saranno contati.

Bocca nera

"Ridi finché hai i denti",

disse il dentista accettando i tuoi assegni.

Te ne prendi cura per placare la paura

del vuoto in bocca.


Il falso smalto mi urta alla vista,

preferisco il riso amaro

raccolto nel tuo esser finalista.


Bocca nera, aspra ma sincera.


L'apripista aggiunge tutti nella lista,

un non invitato per un dente cariato.

Cos'ha fatto di male? Ha commesso un reato.


Tutti sorridenti in tribunale.

"Il dente è cariato, lo dobbiamo strappare!

Non è normale, non è normale,

è qualcosa di nuovo e a noi ci fa star male!"


Bocca nera, rossa e blu lei si dispera.


Il malcapitato aspetta la notte,

fuori la gabbia la guardia severa,

osserva attenta ogni suo movimento.


È questione di un momento,

potrebbe uscire o morire.

"La carie la trasmette quell'incivile!"


Punito nel sonno, fu l'ultima frase che gli lasciaron udire.


Bocca nera, perì nera nella sera.

venerdì 6 gennaio 2012

Alle origini

Da: Paleodieta.it

Per l'uomo che si trovasse in uno stato di natura, senza apparecchi per cucinare, disponendo solo del suo corpo, senza attrezzi di nessun tipo, la frutta e la sola cosa che prenderebbe, rifiutando erbe, cereali, radici e tuberi; naturalmente rifiuterebbe, essendone incapace di catturare, uccidere e mangiare altri animali oppure di berne il latte.
La frutta, in sostanza, costituisce un alimento naturale, che, comparso quando comparve, l'uomo, fu chiaramente destinata dalla Natura, simbioticamente, a nutrire in modo ottimale l'uomo.

Ragioni di forza maggiore, pare, obbligarono i nostri progenitori a cambiare dieta. I paleoantropologi concordano nel ritenere che la Terra, durante la preistoria dell'uomo, soffrì enormi sconvolgimenti climatici e geologici, i quali trasformarono profondamente gli ecosistemi del pianeta. Glaciazioni, interglaciazioni, periodi di eccessivo inaridimento o di insolita piovosità alterarono i biomi vegetali da cui l'uomo traeva il proprio nutrimento.
Durante l'ultima glaciazione, avvenuta tra i 200.000 e i 120.000 anni fa nel periodo dell'Era Quaternaria chiamato Pleistocene, i ghiacci avanzarono tanto che gran parte delle foreste eurasiatiche furono distrutte. L'Africa, nel frattempo, veniva flagellata da intensissime precipitazioni, seguite poi da un periodo di eccessivo inaridimento del clima, che fece scomparire gran parte delle foreste. La savana, gialla, assolata, semiarida, prese in molte zone il posto dell'intricato e ombroso ammasso vegetale che aveva fino allora ospitato e nutrito l'uomo.

L'alimentazione granivora e carnivora rappresenta dunque una vera e propria deviazione non dettata da una scelta, ma da uno stato di pura necessita che non offriva alternative. Contravvenendo agli istinti alimentari biologicamente connaturati con la propria specie, 1'uomo dette inizio alla sua degradazione e degenerazione fisio-psichica, i cui disastrosi effetti sono, oggi più che mai, evidenti. Contrariamente a quanto si pensa, infatti, l'uomo non e diventato "più sano, più alto, più forte" da quando (circa 10.000 anni fa) ha cominciato a dedicarsi all'agricoltura. Tutt'altro. La paleopatologia, una disciplina relativamente nuova che studia le malattie di cui soffrivano i nostri antenati, sta sovvertendo molti luoghi comuni. Ad esempio quelli che riguardano la statura: gli scheletri degli uomini preistorici vissuti in Grecia e in Turchia verso la fine dell'era glaciale erano alti in media 175 centimetri, mentre 5.000 anni fa (dopo 1'adozione dell'agricoltura) la statura era scesa a 160 centimetri.
E inoltre ogni cultura ricorda i propri Matusalemme e i propri Noè, gli ultracentenari degli albori del mondo, cioè quando l'uomo era ancora fruttariano e crudista.
Oggigiorno, non più la necessita di procacciarsi il cibo, ma errate abitudini, pregiudizi dietetici e, soprattutto, la schiacciante pressione dell'industria alimentare, con tutti i suoi
condizionamenti pubblicitari, fanno si che l'uomo, non più guidato dall'istinto (ormai perduto), stenti a ritrovare razionalmente la strada della corretta alimentazione crudista.

Noi siamo l'1%

Da: Finimondo.org

Vi abbiamo visti. Vi abbiamo sentiti. Oramai siete dappertutto. Sappiamo chi siete. Siete quel 99% che protesta contro gli eccessi del capitalismo e gli abusi dello Stato. Siete il 99% che pretende riforme elettorali, alternative sociali, sussidi economici e misure politiche. Siete il 99% angosciato di perdere il proprio futuro, di non essere più in grado di vivere come ha fatto finora: un posto di lavoro, uno stipendio, un mutuo per la casa, una pensione. Tirare a campare, come minimo. Fare carriera, come massimo. È questo che chiedete. Non volete pagare la "crisi", volete che tutto torni come prima. Che nessuno spenga gli schermi che giorno dopo giorno hanno prosciugato la vostra vita di ogni significato ed emozione, condannandola alla tristezza della sopravvivenza. E tutto questo lo chiedete ai governi e alle banche. Perché la democrazia è: governanti che non siano interessati al potere ma al bene comune, banchieri che non siano interessati al profitto ma alla felicità della popolazione. Come nelle favole, come nei film.
In attesa di un lieto fine che tarda ad arrivare, non tollerate che qualcuno non condivida la vostra allucinata rassegnazione. Da Madrid ad Atene, da Roma a Portland, siete pronti a fermare, denunciare e bastonare quegli arrabbiati che nelle istituzioni non vedono le garanti della libertà ma le cause della miseria e dell'oppressione. La vendetta l'apprezzate solo nella finzione cinematografica, tolta la maschera le preferite la sottomissione. Davanti ad una società odiosa quanto putrefatta vi battete in favore di una protesta civile, misurata, educata. Una protesta che rimanga sempre alla vostra altezza: in ginocchio.
Adesso sappiamo chi è quell'1% che tanto odiate. Con i vostri cordoni, con i vostri servizi d'ordine, con le vostre delazioni, avete fatto capire a tutti chi è il vostro vero nemico. Non è certo la classe dirigente, a cui vi rivolgete con rispetto. Siamo noi. Noi, che non abbiamo uno Stato da difendere né da migliorare. Noi, che non abbiamo un mercato da proteggere né da sfruttare. Noi, che non vogliamo esercitare né subire alcuna autorità. Noi, per cui la vita non è riducibile ad un cartellino da timbrare o ad un conto corrente da salvaguardare. Noi, per cui la crisi non è nata con le recenti speculazioni in Borsa, o con l'incapacità di chi siede oggi in Parlamento, ma col vivere in questo stesso ordine sociale in tutti i suoi aspetti. Noi, per cui tutti i giorni sono precari in questo mondo che non abbiamo voluto, in cui non ci siamo mai riconosciuti, e che ci soffoca.
Non vogliamo avere nulla a che fare con il vostro 99%. Con la vostra rivendicazione di un capitalismo moderato e di uno Stato corretto. Con il vostro incedere politico che riduce il potere e il privilegio alle dimensioni di una carta di credito. Con il vostro campeggio urbano da nostalgici boyscout. Con la vostra identificazione di un avversario, l'origine della "ingiustizia", sempre più sfumato, immateriale e lontano dalla nostra portata. Con le vostre braccia sempre più accoglienti nei confronti di politici, industriali e guardiani, e sempre più vigorose contro i ribelli. Con le vostre azioni sempre più deboli che sono diventate solo un tiepido intervallo allo status quo. No, non vogliamo le vostre riforme, il vostro collaborazionismo, i vostri lavori alienanti, le vostre sinistre rivendicazioni riscaldate talmente tante volte da essere vomitevoli.
Noi sappiamo quali sono le cause reali delle sofferenze che subiamo: la sete di potere, il culto del denaro, ma anche l'obbedienza che pretendono e ottengono. Queste cause vengono perpetuate nelle vite quotidiane degli esseri umani, dalle azioni, dai gesti, dai rapporti che si intrecciano all'interno di una società in cui ci sentiamo stranieri ovunque. E queste cause – che devono essere rifiutate, disertate, demolite – hanno trovato albergo nel vostro movimento. Non ci siamo mai sentiti a nostro agio nel 99% della nostra vita moderna, trascorsa a fare la fila per elemosinare briciole, eppure voi insistete nel difendere il 99% del problema. Ci prenderemo le nostre possibilità altrove. Attraverso le speranze, i sogni e le azioni che hanno guadagnato la vostra condanna.
Voi, continuate pure la vostra attraversata nell'oceano dell'indignazione universale. Alzate le vostre vele passando le funi a burocrati e poliziotti. Condividete lo spazio e l'aria con la feccia che ha reso la vita su questo pianeta così invivibile. Andate dritti verso un nuovo domani, con la stiva ancora piena della merda di ieri. Non saliremo sulla vostra nave, caso mai ne discenderemo. E rimarremo sulle nostre zattere da voi così disprezzate, perché troppo piccole e leggere.
Ma fate attenzione. Un vascello che viaggia con a bordo i nostri nemici è un'occasione troppo bella per farsela sfuggire. Ridete? Non ci temete perché non abbiamo la forza per darvi l'arrembaggio? Ci avete frainteso. Noi non siamo interessati al vostro oro, non vogliamo affatto conquistarvi. Noi vogliamo farvi affondare con tutto il vostro carico di morte. Per riuscirvi non occorre una flotta maestosa, basta un brulotto. Piccolo e leggero.

venerdì 11 novembre 2011

Equilibrium


La vicenda ambientata a Libria, una specie di città-stato di un futuro postatomico, posta sotto il regime di un carismatico e misterioso dittatore, Il Padre. Dopo uno spaventoso conflitto nucleare che ha quasi spazzato via la razza umana dal pianeta, i pochi superstiti hanno deciso di creare un nuovo ordine e sradicare la guerra partendo dalle sue basi, cancellando dall'essere umano l'aggressività e gli istinti ad essa collegati; vale a dire, in sostanza, le emozioni. Ogni cittadino tenuto per legge ad assumere quotidianamente una droga, il Prozium che inibisce le emozioni. I ricordi della civiltà del passato sono ugualmente vietati: libri, vecchi dischi o semplici giocattoli, se scoperti, devono essere immediatamente bruciati, e il loro semplice possesso può costare la pena capitale.

La nave dei folli

di Ted Kaczynski

C’era una volta una nave il cui capitano e marinai divennero così fieri della propria maestria, così pieni di hybris e così fieri di se stessi che impazzirono. Girarono la nave verso nord e navigarono fino ad incontrare iceberg e pericolose correnti e continuarono a navigare a nord verso acque via via più perigliose, solamente per godere della possibilità d’eseguire atti di navigazione sempre più brillanti.
Mentre la nave raggiungeva latitudini via via più alte i passeggeri e i marinai divennero progressivamente nervosi. Iniziarono a bisticciare tra loro e a lamentarsi delle proprie condizioni di vita.
“Dio mi fulmini se questo non è il peggior viaggio che ho mai fatto!” esclamò un vecchio marinaio. “La coperta è lucida di ghiaccio; quando sono di vedetta il vento mi taglia il giaccone come un coltello; ogni volta che cazzo la randa per poco non mi congelo le dita; e per tutto quello che ci guadagno sono cinque miseri scellini al mese!”.
“Pensi che ti vada male!” disse una passeggera. “Io non riesco a dormire la notte per il freddo. Le donne a bordo non ricevono tante coperte quanto gli uomini. Non è giusto!”
Un marinaio messicano li interruppe: “Chingado! Io ricevo solo la metà dei soldi dei marinai inglesi. Abbiamo bisogno di molto cibo per tenerci caldi in questo clima e io continuo a non ricevere la mia parte; gli inglesi ne hanno di più. E la cosa peggiore è che i marinai continuano a darmi ordini in inglese invece che in spagnolo”.
“Io avrei più motivi di tutti per lamentarmi”, disse un nativo americano. “Se i visipallidi non mi avessero privato delle mie terre ancestrali non mi troverei nemmeno su questa nave, qua tra gli iceberg e i venti polari. Starei vogando su una canoa su un bel lago placido. Ho diritto ad un indennizzo. Per lo meno il capitano dovrebbe concedermi di allestire del gioco d’azzardo in modo che possa guadagnare qualcosa”.
L’omosessuale si fece avanti: “Ieri il capo marinaio mi ha chiamato “frocetto” perché succhio cazzi. Ho il diritto di succhiare cazzi senza essere insultato!
“Non sono solo gli umani ad essere maltrattati su questa nave”, evidenziò un amante degli animali tra i passeggeri, la voce tremante per l’indignazione. “La settimana scorsa ho visto un mozzo calciare ben due volte il cane della nave!”
Uno dei passeggeri era un professore universitario. Fregandosi le mani esclamò: “Ma tutto questo è terribile! E’ immorale! Razzismo, sessismo, specismo, omofobia e sfruttamento della classe proletaria! E’ discriminatorio! Dobbiamo ottenere giustizia sociale. Equi diritti per il marinaio messicano, salari più alti per tutti i marinai, un indennizzo per l’indiano, eque coperte per le signore, un diritto garantito di succhiare cazzi e niente più calci al cane!”
“Si, si!” urlano i passeggeri e i marinai. “E’ discriminazione! Dobbiamo affermare i nostri diritti!”
Un mozzo si schiarì la voce: “Ahem. Avete tutti buone ragioni per protestare. Ma mi sembra che ciò che dobbiamo davvero fare sia girare la nave e puntare a sud, perché se continuiamo verso nord prima o poi naufragheremo sicuramente e allora i vostri salari, le vostre coperte, e il tuo diritto a succhiare cazzi saranno inutili, perché annegheremo tutti”.

Ma nessuno lo degnò d’attenzione, perché era solo un mozzo.

Il capitano e gli ufficiali, dalla loro stazione a poppa li avevano osservati ed ascoltati. Ora sorrisero tra loro e ad un gesto del capitano l’ufficiale in seconda scese dalla coperta a poppa, passò dove erano riuniti i passeggeri e i marinai e si fece largo in mezzo a loro. Assunse un’espressione serissima in volto e disse: “Noi ufficiali dobbiamo ammettere che sulla nave sono accadute cose davvero imperdonabili. Non c’eravamo resi conto di quanto brutta fosse la situazione prima di sentire le vostre proteste. Noi siamo uomini di buona volontà e vogliamo comportarci in modo corretto. Ma, ehm, il capitano è un uomo piuttosto conservatore e probabilmente dovrà essere spronato un po’ prima che apporti cambiamenti significativi. La mia opinione personale è che se voi protestate vigorosamente – ma sempre in modo pacifico e senza violare le regole della nave – riuscirete a smuovere il capitano e a costringerlo a risolvere i problemi di cui vi lamentate così giustamente.”
Detto questo, l’ufficiale in seconda tornò sotto coperta a poppa. Mentre se ne andava i passeggeri gli urlavano dietro: “Moderato!Riformista! Liberale! Lecchino del capitano!”. Ma nonostante questo fecero quello che aveva detto loro. Si riunirono in un gruppo a poppa e si misero ad urlare insulti agli ufficiali e ad affermare i propri diritti: “Io voglio un salario più alto e migliori condizioni di lavoro”, urlò l’abile marinaio. “Eguali coperte per le donne!” urlò la passeggera. “Voglio ricevere i miei ordini in spagnolo”, urlò il marinaio messicano. “Voglio il diritto d’organizzare giochi d’azzardo” urlò il marinaio indiano. “Non voglio essere chiamato frocetto!” urlò l’omosessuale. “Basta calciare il cane!” urlò l’amante degli animali. “Rivoluzione ora!” urlò il professore.

Il capitano e gli ufficiali si riunirono e confabularono per diversi minuti, ammiccando, accennando e sorridendo gli uni agli altri per un certo tempo. Quindi il capitano uscì a poppa e con grande benevolenza annunciò che il salario dell’abile marinaio sarebbe stato aumentato a sei scellini al mese; il salario del marinaio messicano sarebbe stato incrementato a 2/3 di quello degli inglesi e che gli ordini di cazzare la randa gli sarebbero stati dati in spagnolo; la passeggera avrebbe ricevuto una coperta in più; al marinaio indiano sarebbe stato permesso di organizzare giochi d’azzardo la domenica sera; l’omosessuale non sarebbe stato più chiamato frocetto purchè succhiasse cazzi privatamente; e il cane non sarebbe stato calciato a meno che non avesse commesso qualcosa di davvero cattivo come rubare del cibo.
I passeggeri e i marinai celebrarono queste concessioni come grandi vittorie, ma la mattina dopo si sentivano nuovamente insoddisfatti.
“Sei scellini al mese sono una miseria e continuo a gelarmi le mani quando cazzo la randa” si lamentò l’abile marinaio. “Continuo a non ricevere lo stesso salario dei marinai inglesi e cibo insufficiente in questo clima” disse il marinaio messicano. “Noi donne non abbiamo ancora abbastanza coperte per tenerci al caldo” disse la passeggera. Gli altri passeggeri e marinai espressero simili lamentele e il professore continuò a spronarli.

Quando ebbero finito il mozzo si fece avanti – a voce più alta questa volta in modo tale che gli altri non potessero facilmente ignorarlo: “E’ davvero terribile che il cane venga calciato per aver rubato un po’ di pane e che le donne non abbiano abbastanza coperte e che l’abile marinaio si congeli le dita e non vedo perché gli omosessuali non dovrebbero succhiare cazzi se ne hanno voglia. Ma guardate che grossi che sono gli iceberg adesso e come il vento soffia forte! Dobbiamo girare la nave verso sud, perché se continuiamo verso nord naufragheremo e annegheremo.”

“Già”, disse l’omosessuale, “è terribile che continuiamo a dirigerci a nord. Ma perché dovrei continuare a succhiare cazzi di nascosto? Perché devo essere chiamato frocetto? Non valgo come tutti gli altri?”
“Navigare a nord è una cosa terribile”, disse la passeggera, “ma non vedi? Questa è proprio la ragione perché le donne hanno bisogno di più coperte per scaldarsi. Esigo un numero equo di coperte per le donne ora!”
“E’ verissimo”, disse il professore, “che navigare a nord è causa di grandi difficoltà per noi tutti. Ma dirigere la rotta a sud non sarebbe realistico. Non si possono portare le lancette indietro. Dobbiamo trovare un modo maturo per affrontare la situazione”.
“Guardate,” disse il mozzo, “se lasciamo mano libera a quei pazzi a poppa affogheremo tutti. Se riusciremo a salvare la nave, allora potremo preoccuparci delle condizioni di lavoro, delle coperte per le donne e del diritto di succhiare cazzi. Ma prima dobbiamo girare il vascello. Se alcuni di noi si uniscono, elaborano un piano e si fanno coraggio riusciremo a salvarci. Non ci vorrebbero molti di noi – sei o otto basterebbero. Potremo assaltare la poppa, rovesciare quei folli fuori bordo e girare la nave verso sud.”

Il professore alzò il naso e disse in modo gravoso: “Io non credo alla violenza. E’ immorale”. “L’uso della violenza è sempre poco etico” disse l’omosessuale. “Sono terrorizzato della violenza” disse la passeggera.

Il capitano e gli ufficiali avevano osservato ed ascoltato il tutto. Ad un segnale del capitano l’ufficiale in seconda uscì da sottocoperta e passò tra i passeggeri e i marinai, dicendo loro che c’erano ancora molti problemi sulla nave: “Abbiamo fatto molti progressi”, disse, “ma molto resta ancora da fare. Le condizioni di lavoro dell’abile marinaio sono ancora dure, il messicano non sta ancora ricevendo lo stesso salario degli inglesi, le donne non hanno ancora tante coperte quanto gli uomini, il gioco d’azzardo domenicale dell’indiano sono un indennizzo risibile per la perdita delle sue terre ancestrali, è ingiusto che l’omosessuale debba succhiare cazzi di nascosto e che il cane a volte venga ancora calciato. Penso che il capitano debba essere spronato nuovamente. Aiuterebbe se tutti voi organizzaste un’altre protesta – purchè non violenta”.
Mentre l’ufficiale in seconda camminava verso poppa i passeggeri e i marinai si misero ad urlargli insulti, ma ciononostante fecero quello che aveva detto loro e si riunirono davanti alla cabina per un’altra protesta. Schiamazzarono, minacciarono e mostrarono i pugni e addirittura tirarono un uovo al capitano (che lo schivò abilmente).
Dopo aver sentito le loro proteste il capitano e gli ufficiali si riunirono per un’assemblea, durante la quale sogghignarono e ammiccarono gli uni agli altri. Quindi il capitano scese a poppa ed annunciò che l’abile marinaio avrebbe ricevuto guanti per tenere le mani al caldo, che il marinaio messicano avrebbe ricevuto un salario il ¾ quello degli inglesi, che le donne avrebbero ricevuto un’ulteriore coperta, che il marinaio indiano avrebbe organizzato giochi d’azzardo il sabato e la domenica sera, che all’omosessuale sarebbe stato permesso di succhiare cazzi pubblicamente con il buio e che nessuno sarebbe stato autorizzato a calciare il cane senza previa autorizzazione del capitano.
I passeggeri e i marinai furono entusiasti per questa grande vittoria rivoluzionaria, ma la mattina dopo tornarono nuovamente a sentirsi insoddisfatti e iniziarono a lamentarsi dei vecchi problemi.
Questa volta il mozzo iniziava ad arrabbiarsi: “Maledetti idioti!”, urlava, “Non vedete quello che il capitano e gli ufficiali stanno facendo? Vi stanno tenendo occupati con le vostre triviali preoccupazioni riguardo a coperte, salari e i calci al cane in modo che non vi concentriate sul vero problema della nave – che si sta dirigendo sempre più a nord e che annegheremo. Se solamente alcuni di voi rinvenissero e si unissero e assaltassero la cabina potremo girare la nave e salvarci. Ma non fate che lamentarvi di inutili dettagli come le condizioni di lavoro e giochi d’azzardo e il diritto a succhiare cazzi”.

I passeggeri e i marinai s’infuriarono: “Inutili!”, urlò il messicano, “Pensi sia una cosa ragionevole che io riceva un salario che è ¾ di quello degli inglesi? Questo è irrilevante?”
“Come puoi definire i miei problemi triviali?”, urlò l’omosessuale, “Non capisci quanto sia umiliante sentirsi chiamare frocetto?”
“Calciare il cane non è un “inutile dettaglio”!”, urlò l’amante degli animali, “è brutale e crudele!”.
“D’accordo allora”, rispose il mozzo. “Questi problemi non sono inutili o triviali. E’ crudele e brutale calciare il cane ed è umiliante essere chiamato “frocetto”. Ma se paragonato al vero problema – il fatto che la nave è ancora diretta a nord – i vostri problemi sono cosucce triviali, perché se non giriamo la nave in tempo annegheremo tutti.

“Fascista!” urlò il professore.

“Controrivoluzionario!” urlò la passeggera. E tutti i passeggeri e i marinai, uno dopo l’altro, si misero a chiamare il mozzo “fascista” e “controrivoluzionario”. Lo spinsero via e tornarono a lamentarsi dei salari, delle coperte per le donne, del diritto di succhiare cazzi e del modo in cui il cane veniva trattato. La nave continuò a dirigersi a nord e dopo un po’ fu schiacciata tra due iceberg e tutti annegarono.

giovedì 20 ottobre 2011

Qualcosa a proposito della distruzione

La distruzione si caratterizza come un dogma anti-dogmatico, un sistema anti-sistema, una religione anti-religiosa, un idea priva di qualsiasi idea. La distruzione trasforma l'arte in spazzatura e viceversa. La distruzione riconosce i detentori del potere e si pone ad essi. La distruzione vi libererà dal lavoro. La distruzione cerca di ignorare il cibo come nutrimento, ma lo abbraccia come arma. La distruzione è spasmodica, urina, lancia farina, urla, striscia e ribalta i tavoli. La distruzione pugnala, calcia, tira pugni, dipinge, scolpisce e fotte. La distruzione può o non può diventare tutto ciò che odia. La distruzione dev'essere eseguita a terra in modo da essere correttamente considerata tale. La distruzione accetta gli errori (inclusi falsità e silenzio) e abbraccia il modo in cui essi mutano positivamente le realtà del passato. La distruzione presuppone che chiunque sia al potere debba subire una qualche forma di umiliazione. La distruzione nega pubblicamente qualsiasi coinvolgimento in attività illegali. La distruzione eseguirebbe tutta la musica trasformandola in effetto. La distruzione è più miele e meno soldi. La distruzione è più sentire e meno pensare. La distruzione cerca di fare tutto ciò che è brutto, bello (o per lo meno interessante). La distruzione cerca di sostituire l'unità familiare con cumuli di biancheria sporca. La distruzione deve distruggere tutti i centri turistici. La distruzione accetta che il "rumore" è la scala infinitesimale tra le note. La distruzione realizza che le funzioni corporee possono essere efficacemente utilizzate come insulti. La distruzione si deve sempre abbattere al fine di dimostrare la sua esistenza. Niente è così estremo da non poter essere immediatamente realizzato attraverso la distruzione. La distruzione finirà per distruggere tutta l'arte rendendola una comodità. La distruzione cerca di annullare tutte le strutture della società. La distruzione cerca di non imparare lingue straniere, crea invece nuove parole. Alla distruzione piace che il "grande successo" (smash hit) suoni come "distruggilo" (smash it). La distruzione cerca di inventare nuove fissazioni. La distruzione vuole distruggere il concetto vecchio e stanco di procreazione. Alla distruzione piace l'odore del sudore. La distruzione deve vestire per infastidire la popolazione affinché essa segua le sue orme... e rimanga nuda. La distruzione accetta tutti i tipi di musica ma non può suonarne qualunque. La distruzione è morta sul nascere.

-Guyana Punch Line-

domenica 16 ottobre 2011

Draghi e Draghetti

da Asocial Network

Le manifestazioni e le rivolte, certi signori e certe signore, le vorrebbero esclusivamente come vogliono loro. "Pacifiche", "legali", "colorate e festose"; e mi verrebbe da dire (e lo dico!) che i "colori" che preferiscono sono quelli del governatore Draghi. Tutti dei piccoli Draghetti, che appunto come il famoso personaggio dei cartoni animati, hanno un'unica, profonda aspirazione: quella di fare il pompiere. Guai a usare troppo fuoco, perché il fuoco ha una caratteristica che non riescono proprio a capire: brucia. E se il fuoco si mette a bruciare, si hanno delle alluvioni di dispiacere, come appunto quello del governatore della Banca d'Italia nonché futuro capo supremo della BCE. Visto che si lamentano tanto perché la manifestazione di ieri è stata gestita male,improvvisata, non ha "saputo isolare i violenti" e non si è limitata ad essere la solita passeggiatina più o meno allegra per una città, potevano farsela organizzare e gestire direttamente da Draghi, quello che "capisce i giovani"; ho come il sospetto che parecchi ce lo avrebbero visto molto bene, tutto bello pacifico, magari accanto a Vendola e a Casarini.

Sono tipi davvero curiosi, questi "pacifisti"; sempre pronti a dire che "con la violenza non si ottiene nulla", perché in realtà la loro più grande paura è che si ottenga qualcosa; appassionati di paragoni, tipo quello con le "altre manifestazioni" tutte belline e pacificissime, quelle di New York dove i bravi manifestanti ripuliscono la piazzetta "occupata" in modo che il sindaco conceda paternamente di non spostarsi. Tutti a puntare il dito contro i "facinorosi" e i "violenti", chiedendo magari, e assai volentieri, l'aiuto della polizia. A questo punto facciano la cosa più logica: se li decidano da soli, i loro manifestanti. Poiché la data del 15 ottobre è già definita come maledetta, se le facciano da soli le loro "resistenze", si caccino i loro "governi", si patullino i loro "futuri" e le loro "mancanze di futuro". Stiano sui loro blog e sulle loro pagine Facebook a stigmatizzare e a fornire le loro ricette che hanno, fondamentalmente, lo stesso valore di quelle della Prova del cuoco; alla prova del fuoco non sanno resistere. Viene immediatamente fuori la loro natura di Grisù: draghetti fuori e pompieri dentro. Vanno alla manifestazione intitolata pomposamete Toma la calle!, ma quando qualcuno cerca di tomarsela per davvero, la calle, passano immediatamente a fare il tifo per la Polizia affinché li protegga da quei violenti che rovinano la festicciuola.

Non lo hanno capito che questa è tutt'altro che una festa, e che i loro "colori" e le loro "allegrie" sono più tristi e funeree di un due novembre di pioggia. Non hanno capito che, ai signori della crisi, una valvola di sfogo ben ordinata e rispettosa va benissimo; non per niente, fin da mesi prima della manifestazione di ieri, erano tutti a mettere le mani avanti e a implorare che non accadessero scontri e che tutto si svolgesse nella massima calma e tranquillità. Vogliono "riprendersi il futuro" nel modo che viene loro gentilmente indicato dagli stessi contro cui intenderebbero "protestare", ben attenti a non disturbarli perché sennò si intristiscono. Come diceva la vecchia canzone? E sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re. Proviamo invece a immaginare per un momento se, ieri, quelle centociquanta o duecentomila persone che c'erano se la fossero tomata sul serio, la calle. Nell'unico modo efficace in cui la strada va presa: col fuoco. Ma non avverrà. Urlavano No violenza! No violenza! mentre la tanto rassicurante polizia faceva i caroselli anche addosso a loro, e magari con la speranza nemmeno tanto segreta che qualche violento fosse pacificamente schiacciato o, quantomeno, messo in condizione di non nuocere. Del resto, sembra che ci abbiano pensato direttamente loro, a consegnare degli incappucciati direttamente nelle mani della Polizia: una sintesi perfetta di tutta la non violenza.

Bisogna capirli. Generalmente, per questi qui, la "soluzione alla crisi" consiste nel cambio di governo. Ma quale crisi: la manifestazione di ieri doveva essere semplicemente l'ennesima, pacifica e "non-violenta" spallata a Berlusconi. Qualcuno ha pensato bene di prenderlo alla lettera, il titolo della manifestazione: e così le cose sono diventate chiarissime. Di presenti senza uscita e di futuri senza futuro, a questi qui non importa nulla; l'importante è non dare eccessiva noia. La prossima volta, se ci sarà, si facciano organizzare e gestire direttamente da Napolitano; a prendersi la strada, o perlomeno a tentare di farlo, ci penseranno altri. Assaltare istituzioni, banche, SUV e sbirri va bene esclusivamente se avviene in Tunisia o nelle banlieues parigine o londinesi; se invece avviene a Roma in un bel pomeriggio ottobrino ecco spuntare i nuovi brigatisti, i violenti da isolare e tutti i pacifismi e le non-violenze che puzzano di morte più di un cadavere in decomposizione. E allora vi meritate Vendola. Vi meritate i piagnistei su Steve Jobs. Vi meritate Draghi. E vi meritate anche la crisi che vi spazzerà via. Provate a dirglielo a lei, di essere pacifica e non violenta!

sabato 8 ottobre 2011

Strani onnivori gli esseri umani


da laverabestia.org


Etica, compassione, empatia, rispetto, senso di giustizia, anche dopo milioni di anni, sembrano preclusi alla maggior parte degli umani.

Ma si potrebbe almeno ammettere la propria incapacità o non volontà a rinunciare al cibarsi di animali e derivati allo scopo esclusivo di compiacere il proprio palato, finendo di ripetere sempre il solito stereotipo sull' ONNIVOROCITA' DELL'ESSERE UMANO. Resta evidente che chi si barrica dietro questa affermazione, annientando in partenza ogni minimo approccio di natura etica alla questione, immagina anche di crearsi un alibi addirittura indistruttibile a giustificazione delle proprie azioni. Solo l'idea li terrorizza. Il piacere personale prima di tutto. Questa sembra essere la regola per una molteplicità di individui.

Chi si ritiene oggi fermamente un animale "onnivoro" sappia che se si è adatti anche a mangiare carne crudanon dissanguatanon resa edibile dalla frollaturanon trattata con catena del freddo e non sottoposta ad analisi veterinarie ante e post mortem, come avviene in natura, significa che si è anche immuni ed in grado di metabolizzare trichinella, salmonella, escherichia coli, toxoplasmosi, ptomaine (quali scatolo, indolo, putrescina, cadaverina, neurina), aldeide malonica, basi creatiniche, purine, ammoniaca, urea, acido urico, creatinina (anidride della creatina), acido ippurico e a tutti i parassiti e cariche batteriche presenti in essa, allo stato naturale (post mortem dell'animale). In questo caso andrebbe resa nota la notizia su scala mondiale e in tutte le testate medico scientifiche.

E poichè in questo caso saremmo gli unici "onnivori" mai apparsi sul pianeta ad avere:
  • insufficienza di acidi gastrici per disintegrare le proteine animali (10 volte meno di acido cloridrico rispetto ai reali onnivori); ad avere il sangue alcalino al 7.30-7.50, e non acido 6.0-7.0 (come nei reali onnivori);
  • gli unici esseri viventi autoproclamatesi "onnivori" ad essere PRIVI di enzima uricasi, atto a disgregare i 28 grammi di acidi urici regalati da ogni kg di proteine animali (rispetto ai reali onnivori che abbondano di tale enzima);
  • ad avere il latte materno con la stessa percentuale proteica della frutta (4-5%), e non del 15% come nel latte bovino;
  • gli unici nella storia del mondo ad esseri dotati di un sistema gastrointestinale oblungo, stretto, spugnoso, pieno di curve e di risalite, la peggior cosa possibile per un pasto carneo (rispetto ai reali onnivori che hanno un intestino corto, tozzo e liscio per una rapida digestione ed espulsione delle sostanze putrescenti);
  • gli unici ad avere un sistema immunitario che accoglie i pasti carnei come nemici invasori, con pesanti reazioni leucocitiche, come dimostrato da Kouchakoff;
  • gli unici dotati di mandibole mobili lateralmente, tipiche del frantumatore di frutta e di semi (rispetto ai reali onnivori le quali mandibole sono fisse, adatte a strappare le carni alle vittime).

Mangiate dunque carni di animali appena uccisi per qualche tempo, invece di andare in macelleria, così come avviene in natura; masticate e strappate le carni con la vostra imponente ed aguzza dentatura. Fatelo fare anche ad un nutrizionista...

Stesso concetto per il pesce che, allo stato crudo, può essere contaminato da diversi microrganismi che provocano infezioni o tossinfezioni, come ListeriaEscherichia coliSalmonella e sopratutto il rischio maggiore per chi consuma pesce crudo è rappresentato dall'Anisakis, che causa parassitosi acuta. Dal punto di vista delle conservazione, se conservato appunto con temperature e/o in ambienti non adeguati, il rischio è quello di avvelenamenti da istamina.
In relazione a tutto ciò il pesce PER ESSERE MANGIATO CRUDO E PER RENDERLO COMMESTIBILE ALL'ESSERE UMANO, deve essere sottoposto a congelamento preventivo (tramite "abbattitore") prima della somministrazione, ovvero sottoposto a 96 ore a -15° C, o 60 ore a -20° C, o 12 ore a –30° C, o 9 ore a -40° C. E ciò è imposto anche da una circolare del ministero di sanità del 1992, ancora in vigore.

Questi fatti sono universali e non accidentali.
L'uomo appartiene fisiologicamente alla categoria dei frugivori.
L'uomo manifesta la sua "onnivorocità innaturale" solo previo dissanguamento, frollatura, conservazione, lavorazione, e soprattutto previa COTTURA degli animali che mangia. L'organismo umano non è progettato per riprodurre quanto avviene in natura tra i reali carnivori ed onnivori.

Ma abbiamo da sempre mangiato animali?
Quando nel Pleistocene, circa qualche milione di anni fa, le foreste, diventate gradualmente inospitali a causa di cambiamenti climatici, si trasformano in savane e i nostri progenitori, sprovvisti di qualunque arma naturale, adatta ad inseguire, a dilaniare e a mangiare la durissima carne cruda della preda, per sopravvivere, si adattarono a mangiare anche la carne, vivendo in questa fase di sciacallaggio, cioè dei resti degli animali predatori. 
La caccia sistematica, resa possibile dapprima con la realizzazione delle prime armi inastate da attacco, poi da rudimentali archi e frecce, ed in concomitanza con i primi usi del fuoco da parte dell'Homo Erectus, può essere ricondotta ad almeno 300.000-500.000 anni fa [Hominid Use of Fire in the Lower and Middle Pleistocene: A Review of the Evidence. James, Steven R.]; il processo di antropogenesi (processo nel quale la famiglia Hominidae si è evoluta da un progenitore comune alloscimpanzé) ebbe origine circa 5-6 milioni di anni. Fu 2,3 - 2,4 milioni di anni fa che il genere Homo si differenziò dall' AustralopithecusResta evidente che, di gran lunga, per la gran parte dell'intera sua scala temporale evolutiva, il genere Homo si alimentò esclusivamente come la natura per lui prescrisse, ovvero di animale fruttariano raccoglitore. E' solo grazie quindi ad uno sviluppo delle capacità cognitive-intellettive, maturatesi "molto tardivamente" rispetto alla sua scala temporale evolutiva, che egli riesce ad ottenere armi atte a sopperire le proprie naturali incapacità fisico-strutturali tipiche di ogni predatore sul pianeta. E altresì chiaro che se la natura lo avesse paradossalmente "creato" dipendente ed abile al consumo carneo, la sua estinsione sarebbe sopraggiunta molto, ma molto prima, dell'aver sviluppato capacità intellettive che gli consentissero la costruzione di armi che la stessa natura invece mai gli fornì.

L'uomo attuale, strettamente imparentato con gorilla, scimpanzé, gibboni e urang- tang, appartiene alla classe dei mammiferi, all'ordine dei primati, alla famiglia degli ominidi, al genere homo, alla specie homo sapiens ed ha con questi in comune il 98% circa del patrimonio genetico. E' anatomicamente strutturato come questi avendo, infatti, due mani e due piedi, niente coda, occhi che guardano in avanti, ghiandole mammarie sul petto, milioni di pori sudoripari nella pelle, pollice della mano opponibile, adatto a raccogliere semi e frutti, apparato masticatorio come il nostro, canini poco sviluppati, grandi molari smussati, adatti a triturare cibi duri e, quindi, notevole spessore dello smalto, forma dei denti con cuspidi arrotondati, incisivi ben sviluppati, adatti a tagliare i frutti e i vegetali, inoltre ghiandole salivari ben sviluppate come le nostre, saliva ed urina alcalina, lingua liscia, stomaco con duodeno, l'intestino (lungo 12 volte la lunghezza del tronco) è sacculato, cioè a zone che servono alla fermentazione degli alimenti vegetali, la placenta è discoidale, il colon convoluto. Struttura anatomica generale praticamente identica alla nostra. Il fatto che questi nostri parenti siano vegetariani indica chiaramente che l'essere umano non sia stato strutturato dalla natura a mangiare la carne, e che non è, come alcuni sostengono, un animale onnivoro. L'animale onnivoro, infatti, ha 4 zampe, coda, occhi che guardano di lato, mammelle sull'addome, incisivi assai sviluppati, molari possenti, formula dentale differente dalla nostra, saliva ed urina acida, fondo dello stomaco arrotondato, canale intestinale 8 volte la lunghezza del tronco, placenta non caduca. Anche se l'essere umano, per la propria sopravvivenza nel corso della storia, si è abituato a mangiare di tutto (con le conseguenze relative), questo non vuol dire che sia predisposto ad essere onnivoro: lo è diventato per sopravvivenza, per abitudine, per tradizione, vinto dal gusto della carne cotta.

Queste parole sono rivolte a chi negli animali non-umani vede solo strumenti atti al proprio soddisfacimento e piacere, nell'incapacità di percezione del dolore e della sofferenza altrui, del rispetto alla vita individuale e di ogni minimo avvicinamento etico alla questione animale.

martedì 7 giugno 2011

Gabriel García Márquez - Cent'anni di solitudine

Da “Cent’anni di solitudine”

Josè Arcadio Buendía trascorse i lunghi mesi di pioggia chiuso in uno stanzino che aveva costruito in fondo alla casa perché nessuno turbasse i suoi esperimenti. Tralasciò completamente i propri doveri domestici, rimase nel patio per notti intere a sorvegliare il corso degli astri, e fu sul punto di contrarre un insolazione mentre cercava di stabilire un metodo esatto per trovare il mezzogiorno. Quando fu esperto nell’uso e nel maneggio dei suoi strumenti, ebbe una nozione dello spazio che gli permise di navigare per mari incogniti, di visitare territori disabitati e di allacciare rapporti con esseri splendidi, senza bisogno di lasciare il suo laboratorio. Fu in quel periodo che prese l’abitudine di parlare da solo, vagando per la casa senza badare a nessuno, mentre Ursula e i bambini si rompevano la schiena nell’orto per coltivare il banano e la malanga, la manioca e l’igname, la ahuyama e la melanzana. Improvvisamente, senza alcun preavviso, la sua febbrile attività si interruppe e fu sostituita da una specie di allucinazione.
Rimase come stregato per parecchi giorni, continuando a ripetere a se stesso a bassa voce una filza di sorprendenti congetture, incapace egli stesso di dar credito al proprio raziocinio.
Alla fine, un martedì di dicembre, verso l’ora di pranzo, esplose in un colpo solo tutta la carica del suo tormento. I bambini avrebbero ricordato per il resto della loro vita l’augusta solennità con la quale il padre si sedette a capotavola, tremante di febbre, consunto dalla veglia prolungata e dal fermento della sua immaginazione, e rivelò la sua scoperta:
«La terra è rotonda come un’arancia.»
Ursula perse la pazienza. «Se devi diventare pazzo, diventalo per tuo conto» gridò. «Ma non cercare di inculcare ai bambini le tue idee da zingaro» Josè Arcadio Buendía, impassibile, non si lasciò intimorire dalla disperazione di sua moglie, che in un accesso di collera gli spezzò l’astrolabio per terra. Ne costruì un altro, riunì nella stanzetta gli uomini del villaggio e dimostrò loro, con teorie che risultavano incomprensibili a tutti, la possibilità di tornare al punto di partenza navigando sempre verso oriente. Tutto il paese era convinto che Josè Arcadio Buendía avesse perduto il senno, quando arrivò Melquíades a mettere le cose a posto. Esaltò pubblicamente l’intelligenza di quell’uomo che per pura speculazione astronomica aveva stabilito una teoria già provata in pratica, anche se sconosciuta fino a quel momento a Macondo, e come prova della sua ammirazione gli fece un regalo che avrebbe esercitato un influsso decisivo nel futuro del villaggio: un laboratorio di alchimia.

mercoledì 18 maggio 2011

Pillola rossa

Tutt'ora le concezioni tra il vero e il reale sono molto distanti tra loro.
Basta pensare alla propria scena locale, differisce comunque in qualcosa rispetto al paese limitrofo, che si tratti di usanze o tradizioni o del rapporto tra gli abitanti.

In questo si rispecchia la realtà di chi vive le suddette situazioni, ma che ne è della verità?

La verità si può benissimo dire sia individuale, quindi basata sulle conoscenze individuali.
Di certo non è del tutto sbagliato come ragionamento, ma il fatto di avere molti aspetti in comune tra individui ci fa pensare ad una sola verità, pressoché generalizzata e volta alla convivenza.

L'uomo si è ritrovato negli anni ad accrescere sempre più nel numero e quindi nel più stretto contatto con i suoi simili, questo ha dato spazio alla realtà, oserei dire ormai sinonimo di unica verità, bloccando lo sviluppo della conoscenza individuale e basandosi piuttosto sull'apprendimento delle usanze e dei costumi che lo circondano.
L'apprendere il funzionamento della scena locale e l'entrare a farne parte sembra l'unica preoccupazione dell'individuo odierno. Che poi la scena locale si sia estesa  ad un concetto di nazione ci fa capire che la realtà sta prendendo sempre più il controllo sulla verità individuale.

L'individuo è ormai sostituito da un'identità nazionale, da troppe tradizioni spesso in contrasto tra loro e sempre più spesso considerate di vitale importanza per la loro continuità, come se si fossero sostituite al modello umano.

La realtà estrema attuale volgendosi in idealismo, oscura l'unica e sola verità che si ritrova nelle origini umane ormai date per scontato, per fare spazio a "giochi di gruppo" diventati sempre più catastrofici per l'intero ecosistema.
L'individualismo è ormai sostituito da un infinità di numeri e codici volti a farci esistere al di fuori della nostra natura di uomini, facendoci sprofondare sempre più in una amara realtà che ormai sta vagando nelle menti dell'intero pianeta.

Abbiamo perso la nostra umanità nel cercare di migliorarla.

venerdì 8 aprile 2011

Quello che piace ai pesci

« Zhuangzi e Huizi stavano passeggiando nei pressi della cascata di Hao quando Zhuangzi disse:
"Osserva come i pesci saltellano sull'acqua e poi si rituffano. Questo è ciò che ai pesci piace realmente!"
Huizi disse, "Tu non sei un pesce — come puoi sapere quello che piace ai pesci?"
Zhuangzi replicò, "Tu non sei me, quindi, come puoi sapere che io non so cosa piace ai pesci?"
Huizi, "Non sono te, e per questo non so di certo cosa tu sai.
D'altro canto, tu di certo non sei un pesce — quindi, questo prova che tu non sai cosa piace ai pesci!"
Zhuangzi disse, "Torniamo alla domanda originale, per favore.
Tu mi hai chiesto come so cosa piace ai pesci — quindi, tu già sapevi che lo sapevo quando mi hai posto quella domanda.
Io lo sapevo semplicemente stando qui vicino all'Hao". »

lunedì 28 marzo 2011

Joseph Roth

Da “La Cripta dei Cappuccini”

Dunque, anche quella sera andai al caffè Lindhammer e mi comportai come se non fossi affatto eccitato come gli altri. Non mi consideravo forse da tempo ormai, da quando ero tornato dalla guerra, uno che era vivo per errore? Non mi ero forse abituato ormai da lungo tempo a osservare tutti gli avvenimenti che i giornali definiscono “storici” con lo sguardo spassionato di uno che non appartiene più a questo mondo? Era già un bel pezzo che la morte mi aveva mandato in congedo a tempo indeterminato! Ed essa, la morte, a ogni istante poteva interrompere il mio congedo. Come potevano riguardarmi ancora le cose di questo mondo?...
Tuttavia mi preoccupavano e specialmente quel venerdì. Fu come se si trattasse di decidere se io, un pensionato dalla vita, potevo continuare a consumare in pace la mia pensione, come fino ad allora, in una pace amara; o se anche questa mi doveva essere tolta, questa povera pace amara: la rinuncia si potrebbe dire, che io ero avvezzo a chiamare “pace”. Così che, spesso negli ultimi anni quando l’uno o l’altro dei miei amici veniva da me per dirmi che era finalmente arrivato il momento che io mi occupassi della storia del nostro paese, dicevo, certo, la solita frase: «Lasciatemi in pace!», ma sapevo benissimo che in realtà avrei voluto dire: «Lasciatemi alla mia rinuncia!». La mia cara rinuncia! Anche quella adesso è perduta! Ha preso la via dei miei desideri rimasti inappagati…
Andai dunque a sedermi al caffè e mentre gli amici al mio tavolo continuavano a parlare delle loro faccende private, io, che per un destino non meno inesorabile che clemente vedevo esclusa ogni possibilità di un mio interesse privato, sentivo ormai solo quello generale, che in vita mia mi era importato così poco, che in vita mia ero stato solito sfuggire…
Erano settimane ormai che non leggevo più un giornale e i discorsi dei miei amici che sembravano vivere dei giornali, addirittura essere tenuti in vita da notizie e dicerie, erano al mio orecchio un mormorio fuggevole che lasciava il tempo che trovava, come le onde del Danubio se qualche volta restavo seduto sul lungofiume Franz-Joseph o sulla Elisabeth-Promenade. Io ero escluso; escluso ero. Escluso in mezzo ai vivi significa qualcosa come: extraterritoriale. Ero appunto un extraterritoriale in mezzo ai vivi.
E anche l’eccitazione dei miei amici, quello stesso venerdì sera, mi sembrò di troppo; fino al momento in cui la porta del caffè fu spalancata e sulla soglia apparve un giovane stranamente abbigliato. Portava gambali neri di cuoio, una camicia bianca e un tipo di berretto militare che mi faceva pensare insieme a un vaso da notte e a una caricatura dei nostri vecchi berretti austriaci; insomma: non era neanche un copricapo prussiano (perché i prussiani non portano in testa né cappelli né berretti, bensì copricapi). Io, lontano dal mondo e dall’inferno che per me rappresentava, non ero affatto idoneo a distinguere i nuovi berretti e le nuove uniformi, tanto meno a riconoscerli. Ci potevano essere camicie bianche, azzurre, verdi e rosse; calzoni neri, marroni, verdi, azzurro-lacca; stivali e speroni, foderi e cinghie e cinture e pugnali e guaine di ogni tipo: io, a ogni buon conto, io avevo deciso per quanto mi riguardava, da tempo ormai, fin da quando ero tornato dalla guerra, di non distinguerli e di non riconoscerli. Perciò sulle prime fui più sorpreso dei miei amici per l’apparizione di questa figura, che era come salita dalla toeletta giù nello scantinato e che invece era entrata dalla porta di strada. Per qualche secondo avevo realmente creduto che la toeletta dello scantinato, a me pur ben nota, a un tratto si trovasse fuori e che uno degli inservienti fosse entrato per annunciarci che tutti i posti erano già occupati. Ma l’uomo disse: «Compatrioti! Il governo è caduto. Abbiamo un nuovo governo popolare tedesco!».
Da quando ero rimpatriato dalla guerra mondiale, rimpatriato in un paese pieno di rughe, mai avevo avuto fiducia in un governo: figuriamoci poi, in un governo popolare. Io appartengo ancora oggi – nell’imminenza della mia probabile ultima ora, io, un uomo, posso dire la verità – a un mondo palesemente tramontato, nel quale pareva naturale che un popolo venisse governato e che dunque, se non voleva cessare di essere popolo, non poteva governarsi da solo. Ai miei orecchi sordi – spesso avevo sentito che li chiamavano “reazionari” – suonò come se una donna amata mi avesse detto che non aveva affatto bisogno di me, che poteva fare l’amore con sé sola, e che anzi doveva farlo, e invero al solo scopo di avere un bambino.

domenica 23 gennaio 2011

Insonnia

Insonnia dovuta all'amarezza,
guardando i miei fratelli allontanarsi sempre più.

Inconsapevoli di esser persi, cercano un perdono,
un perdono per qualcosa che non sanno di aver fatto.

Non hanno fatto nulla.
Probabilmente è questo che li turba.
Probabilmente è questo che mi turba.

La staticità è sinonimo di morte prematura,
e vedo scheletri camminarmi affianco.

venerdì 21 gennaio 2011

Il potere della scelta

Inculcare le proprie idee e i propri valori al fine di dominare su un territorio.
Ci hanno insegnato che questa strategia è usata da dittatori, da chi governa un regime.

Ora, come in gran parte delle nazioni europee, viviamo in democrazia. Certo, potere al popolo.
Un popolo che però sceglie da chi farsi governare, un popolo libero di scegliere, ed è strano quanto la libertà di scelta sia così tanto acclamata in democrazia. Sembra che questa sia l'unica libertà data all'uomo, come se fosse un dono venuto dall'alto del quale possiamo solo ringraziare e non contestare. "Ringraziare chi?" vi starete giustamente chiedendo. C'è chi ringrazia Dio, chi i partigiani e c'è poi chi ringrazia la guerra e la miseria che "ce lo hanno fatto capire con le cattive".
Il fatto è che l'uomo ha sempre voluto fare le cose in grande. La maggioranza degli italiani domina sulla minoranza. Troviamo infatti chi domina moralmente una nazione anche nella tanto amata democrazia.

Spingiamoci oltre la democrazia, parliamo della democrazia attuale che non ha niente a che fare con quella che tutti noi conosciamo. Parliamo di elezioni truccate, cioè di quale partito politico fa comodo alle lobby, agli imprenditori, a chi ha i soldi e questi ultimi pagano per controllare il partito e di conseguenza la nazione. Ormai i soldi dominano su tutto, questo spiega che la democrazia non sarà mai tale se il sistema economico di una nazione si basa sul capitalismo.
Lasciamo perdere anche il comunismo a questo punto, visto che si tratta comunque di un governo centralizzato che ha il controllo totale sui beni della nazione e che finirebbe per dominarla.

Sappiamo benissimo che siamo in grado di scegliere quindi concentriamoci su cosa è meglio per tutti, impariamo a scegliere cosa è meglio per noi, impariamo a scegliere con la logica. Semplicemente riprendiamoci il controllo delle nostre vite, senza ricadere nello sbaglio di definirci parte della società. Scegliamo di essere individui che collaborano tra loro. Scegliamo la conoscenza per evitare gli sbagli del passato, scegliamo la natura come modello di vita visto che siamo degli animali, ma sopratutto scegliamo di cambiare ciò che ci circonda, perchè questo porterebbe alla collaborazione tra i comuni, e la conseguenza sarebbe inevitabile cioè la collaborazione mondiale.
Inutile è quindi pensare e agire in grande.